Intervista a Jacopo Sorbini, sul mestiere dell’attore e sul perseguire le passioni

Le mie interviste ai giovani del mondo artistico e culturale proseguono con l’intervista a Jacopo Sorbini, l’ultima piacevole e approfondita conversazione che ho avuto per Quartaparete Roma e che qui vi ripropongo. Jacopo è un attore e si è diplomato all’accademia del Piccolo Teatro di Milano e attualmente è in tournée con Il silenzio grande al fianco di Massimiliano Gallo, Stefania Rocca, Antonella Morea e Paola Senatore dove interpreta Massimiliano Primic, il personaggio che, oserei dire, gli ha cambiato la vita. Jacopo si è dimostrato un attore umile, sempre pronto a crescere e aperto ad esperienze di recitazione di vario genere, ma soprattutto con un approccio al mestiere di attore che non dimentica la dimensione del gioco, oltre che l’impegno professionale.
Lascio che siano le sue parole a esprimersi e raccontare il suo percorso e, nel frattempo, vi segnalo che Il silenzio grande è attualmente in scena al teatro Massimo – Sala Grande di Cagliari fino al 6 febbraio e che la tappa seguente sarà ad Avezzano il 10 febbraio al teatro Dei Marsi. Lo spettacolo sarà in tournée fino ad aprile. 

Intervista a Jacopo Sorbini 

Come è iniziata la storia con Il silenzio grande?

 La mia occasione è capitata nel modo in cui secondo me dovrebbe sempre svolgersi la call per attori giovani come me, anche se spesso non accade perché in teatro tante volte si procede per conoscenze. Nel mio caso invece la call è avvenuta tramite un bando pubblico aperto da Alessandro Gassmann per trovare i due attori giovani che avrebbero dovuto interpretare i figli di Valerio Primic (Massimiliano Gallo, il protagonista della storia scritta da Maurizio De Giovanni). Se non ricordo male mi sono imbattuto in questo bando attraverso Facebook e decisi di mandare il mio materiale, ero diplomato da un anno al Piccolo di Milano e all’epoca avevo 28 anni. Cercavano un trentenne ma io non avrei mai pensato di essere scelto e invece un giorno inaspettatamente mi arrivò un’email di convocazione con allegato il monologo da preparare. Quindi si trattò subito di un provino su parte, un estratto della prima scena in cui compare in questo caso il mio personaggio Massimiliano Primic.

Ti confesso che una volta letto il monologo mi capitò di provare una sensazione che non ho provato spesso nella vita. È stato un colpo di fulmine con il testo e con il personaggio. Ho pensato che in tantissimi avrebbero mandato la propria candidatura ma io sapevo che sarebbe toccato a me. Quindi poi sono andato al provino dove c’era Alessandro Gassmann con i suoi assistenti e la produzione e devo dire che è stato un incontro fortunato perché fin dal primo momento Alessandro ha instaurato con noi attori un rapporto di stima professionale, di grande umiltà e di grande collaborazione.

Sarebbe facile pensare che con un cognome così importante una persona come lui possa fare quello che vuole e che tutti gli altri debbano inchinarsi al suo arrivo, invece Alessandro tanto nel provino quanto durante le prove è stato veramente un regista rispettoso ed educato, collaborativo nel vero senso della parola e che ha sempre messo un’aria di serenità e tranquillità. E francamente non potevo chiedere di meglio anche per il rapporto che si è creato con i colleghi.

Intervista a Jacopo Sorbini 

Proseguendo questo discorso sulla direzione di Alessandro Gassmann ti volevo appunto chiedere com’è lui regista e come ha lavorato con voi attori, se puoi riportarmi un episodio…

Lui è un grande appassionato di teatro e gli piace lavorare bene affinché il pubblico si diverta e sia soddisfatto. Credo davvero che sia tra i registi teatrali che maggiormente ha avvicinato e avvicina il pubblico al teatro, anche e soprattutto il pubblico giovane. Questo perché Alessandro fa veramente attenzione a quello che accade in scena e si dedica molto a quello che sarà il prodotto finale, pensato per il pubblico in sala. Il suo infatti secondo me è un teatro pop che può essere visto da tutti e interessare le masse e che può interessare tutte le fasce di età e categorie, anche quelle persone che non vanno spesso a teatro.

Alessandro aveva chiaro fin da subito dove voleva che andassero a parare tutti personaggi e abbiamo lavorato strato su strato partendo da pochi giorni di lettura a tavolino e poi siamo andati subito in scena a provare sul palcoscenico. La scenografia era già in parte allestita, in quel periodo stavamo lavorando a Pomezia. Siamo andati avanti così per due mesi provando e riprovando fino a limare tutto quello che poteva essere il lavoro sul personaggio e anche sulla scena per poi raggiungere l’intimità e la profondità che hanno manifestato i nostri personaggi.

Se ci pensi, Il silenzio grande è un testo molto parlato nel quale accadono delle cose ma la maggior parte dell’azione teatrale è svolta attraverso i dialoghi. Ha un richiamo abbastanza Cechoviano, non è uno Shakespeare o un testo in cui c’è tantissima azione, ma è tutto di interpretazione.

Un momento dietro le quinte che esprimere l’umanità e l’umiltà di Alessandro per esempio è stato quello accaduto la sera prima di una piccola anteprima fatta a porte chiuse a Montalto di castro, dopo due mesi di prova, per testare lo spettacolo per poi arrivare al Napoli Teatro Festival in estate dove avremmo debuttato.  In quella occasione durante la pausa dopo la filata del primo atto, lui ci viene a dire com’era andata per darci alcune note e indicazioni per il secondo atto. Una volta arrivato in platea quando mi vide mi disse “bravo Jacopo, sei andato bene stasera” Io gli risposi di non essere convinto ma lui insisteva e allora a mia volta dicevo di non essere sicuro; a un certo punto mi redarguì e mi disse di smetterla e aggiunse: “Non sei tu che decidi come va lo spettacolo o se sei stato bravo, sono io”. Poi aggiunse che non lo decideva lui perché lui era Alessandro Gassmann o perché era il regista, lo decideva semplicemente perché lui in quel momento vedeva da fuori quello che noi facevamo in scena. E poi disse che se a parti inverse fossi stato io il regista e lui sul palcoscenico, allora sarebbe toccato a me decidere se andava bene il lavoro oppure no.

In quel momento ovviamente Alessandro non mi aveva svelato nulla, perché questa, è una regola fondamentale del teatro e detto da lui con l’umiltà che ha saputo dimostrare è stata una lezione ancora più importante perché con il nome che ha e l’importanza avrebbe potuto benissimo firmare lo spettacolo e basta e lasciarlo fare agli assistenti invece è una persona che si mette in gioco continuamente.

Anche sugli altri non posso che dire bene, ho imparato da tutti loro, anche per esempio da Massimiliano Gallo. Massimiliano è un attore straordinario e personalmente non potevo sperare in un capo comico migliore di lui, perché oltre ad essere un grande attore che riesce a portare avanti uno spettacolo di due ore sulle sue spalle senza mai uscire di scena, per me e Paola, la ragazza che interpreta mia sorella, è stato un grande maestro. Lui tiene tanto allo spettacolo e tiene tanto alle scene con i figli e spesso ci convocava in disparte per provare insieme con lui e per darci delle direttive. In questi due anni è stato fondamentale perché ci ha fatto crescere tantissimo.

Come hai lavorato sul tuo personaggio? Come ti ci sei avvicinato?

In maniera inconscia, fin dal testo, ho capito che attraverso le sue parole avrei potuto raccontare qualcosa di significativo potendo anche spendere qualcosa di mio all’interno del personaggio così da dare corpo e voce alle parole scritte. Ho amato il personaggio di Massimiliano mi piace molto perché ha tutta una serie di ombre che però vengono fuori piano piano durante la messa in scena. Mi ci sono affezionato perché è evidente che si tratta di un personaggio che ha sofferto tanto e che soffre ancora e in qualche maniera cerca di liberarsi di tanti pesi e credo che ciascuno di noi nella propria vita abbia provato cose simili. Massimiliano Primic è interessante perché è sempre al centro di una grande contraddizione. Lui riversa sul padre tante colpe e responsabilità, quando in realtà sa di aver tanto sbagliato anche lui. Queste accuse sono rivolte anche a se stesso in qualche modo. Il grande rimorso è quello di aver vissuto fino a trent’anni la condizione di cui parla, il suo disagio senza essersi mosso prima e senza aver fatto nulla.

Questo personaggio lo sento molto vicino a me non perché mi siano capitate le stesse cose ma credo che intorno ai trent’anni, quando cominciano ad arrivare le responsabilità e si comincia a tirare le somme di quello che si è fatto si è portati inevitabilmente a fare un bilancio della vita e ci si domanda se ne sia valsa la pena.

Hai sollevato un argomento molto attuale, quello della condizione dei trentenni di oggi e vorrei chiedere a te, come spesso faccio con tutti quelli che passano di qui, di dirmi la tua su questa condizione. Sembriamo faticare il doppio dei nostri genitori per la metà dei risultati e a volte sembra che non importi a nessuno della nostra opinione sulle questioni della vita.  Per noi sembra impossibile trovare una collocazione, avere una voce o un pubblico.

Come tu hai detto siamo una generazione abbastanza sfortunata, anche prima del covid non c’era tantissima considerazione per noi all’interno dell’ambiente artistico in generale. Forse la pandemia a messo in evidenza ancora di più questa condizione. Però penso che alla fine se qualcuno vuole veramente fare e se ha qualcosa da dire, certo con tanta fatica, tanta pazienza e tanto tempo speso, in qualche modo può emergere. È ovvio che bisogna anche capire quanta sia l’urgenza di dover fare proprio quella cosa lì, che sia recitare; scrivere; cantare e quanto sia grande il bisogno che si sente dentro di fare proprio quella cosa.  Intanto secondo me noi giovani dovremmo pensare di crearci da noi il nostro pubblico, una platea di interlocutori a cui rivolgerci e con cui confrontarci, perché secondo me è proprio questo quello che viene a mancare.

Nel mio piccolo per esempio, sono molto attivo sui social perché cerco attraverso questi strumenti di crearmi un mio pubblico, un bacino di utenza che possa essere interessato e attento a quello che faccio. Perché secondo me i social non sono solo delle piattaforme di intrattenimento su cui passare il tempo, ma anche un mezzo per divulgare informazioni e per comunicare bene quello che si fa. Ovviamente i social sono fondamentali da questo punto di vista ma non sono il canale principale per trovare un lavoro. E oggi dobbiamo faticare tanto di più rispetto a quanto hanno faticato i nostri genitori per farci ascoltare, per questo sostengo che sia necessario crearsi un proprio pubblico, un proprio uditorio. Anche perché se ci pensi ora siamo tanti di più che vogliono fare questo mestiere mentre forse anni fa erano molte meno le persone che si dedicavano all’arte in generale. Poi certo io sono il primo a dire che è fondamentale il punto di vista e la voce di chi questo mestiere lo fa da molto prima di noi. Vado a teatro da quando ho nove anni, mi portava mia nonna che aveva l’abbonamento e fin da piccolo mi sono accostato ai grandi del teatro e da loro ho sempre cercato di apprendere e di poter ascoltare quello che avevano da dire. Quindi sicuramente il loro punto di vista è importante ma diciamo che poi chi veramente dovrà mandare avanti tutta la baracca un certo punto saremo noi anche non fosse altro per una questione anagrafica, per questo dobbiamo crearci oggi un nostro uditorio.

Forse è proprio questo il problema della nostra generazione, il fatto che dovremmo fare più comunità ma poi ciascuno tende all’isolamento, a coltivarsi il proprio orticello. Se guardiamo gli altri lo facciamo per fare un paragone ma non pensando che gli altri possano essere una risorsa, un esempio, qualcuno con cui creare insieme.  Questo forse è un lato negativo dei social, ci siamo isolati?

Questo è sicuramente il lato oscuro dei social. Infatti se prima non c’era niente e quindi si poteva fare affidamento più facilmente sull’altro, era più facile creare gruppo perché ci si incontrava anche più spesso, non si era distanziati dallo schermo del cellulare o del computer e il tempo per la maggior parte si passava fuori casa e quindi era più facile mettersi insieme e fare qualcosa. Bisogna tornare a stare insieme e credere in un progetto comune. In conclusione non disdegno totalmente i social ma concordo con te sul fatto che oggi rispetto ieri facciamo molta più fatica a socializzare perché siamo chiusi nel nostro mondo.

Tu come hai vissuto questi due anni di pandemia?

 I primi mesi della pandemia è stato faticoso solo al 50%, in quel periodo eravamo alla fine della tournée e per lavoro mi trovavo a casa dei miei genitori a Pesaro. A inizio lockdown decisi di restare con la mia famiglia, perché era rischioso rientrare a Milano. Da una parte è stato bello ritrovare le dinamiche familiari, in quel periodo era rientrato anche mio fratello. È naturale però che superata una certa età e con la presa di certe abitudini, ormai radicate, quando vivi da solo ritornare a casa dei tuoi genitori diventa complicato anche banalmente per decidere a che ora ci si mette a tavola o come dividersi gli spazi. Ovviamente stare tutti insieme ci ha aiutato a superare meglio il lockdown. Certo, in alcuni momenti, era molto complicato mantenere la calma e sorridere quando ogni giorno al telegiornale si sentiva il numero di morti, per esempio soltanto nella mia strada se ne erano andati in cinque.

Dal momento che il lavoro si era fermato mi sono dedicato a tutt’altro, ho studiato, ho letto, mi sono dedicato ai social, ero in attesa, come tutti. La tournée si era conclusa proprio a febbraio, giusto in tempo, e da questo punto di vista siamo stati fortunati rispetto a tanti altri che invece si sono visti il lavoro interrotto all’improvviso. Per cui dopo tanti mesi di lavoro in giro per l’Italia, ho colto quel momento come un momento di riposo. Durante la seconda ondata invece me la sono cavata un po’ di più con il lavoro perché in autunno con il teatro Menotti di Milano abbiamo messo in scena delle produzioni che poi sono andate in streaming e devo dire che un plauso va alla produzione che all’epoca prese una decisione importante, cioè quella di non fermarsi malgrado la pandemia e di chiuderci in teatro a lavorare lo stesso per mettere in scena online il lavoro. Dopo sono stato chiamato su Sky arte per condurre un programma che raccontava la storia del teatro, eravamo io e altri colleghi e il programma si chiamava: Sipario! storie di teatro.

In generale posso dire che quei mesi in cui si è lavorato meno sono stati utili per riflettere.

Intervista a Jacopo Sorbini

Come procede il tuo lavoro in questo periodo?

Con il Menotti la collaborazione sta continuando e nel frattempo ho fatto uno spettacolo al Piccolo di Milano per i 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler che faceva parte di una serie di iniziative promosse dal teatro per omaggiarlo. Insieme con altri colleghi siamo stati chiamati per fare uno spettacolo che raccontasse le origini del Piccolo prima che diventasse quello che tutti conosciamo oggi e all’interno di questo spettacolo ho avuto la fortuna e l’onore di interpretare Giorgio Strehler e spero di essere stato bravo. È stata un’esperienza molto emozionante e di grande responsabilità, Davide Gasparro il regista ci ha fatto interpretare proprio le parole di Strehler. Parole che esprimono cosa fosse per Strehler il teatro e cosa volesse che il teatro diventasse in futuro. E quindi sentire frasi come: “Vogliamo un teatro d’arte che sia per tutti… Il teatro che resta specchio di vita, in cui il pubblico si possa riconoscere e che può riflettere secondo le dinamiche della vita e dell’esistenza umana…” dopo tutto quello che abbiamo passato è stato davvero emozionante. Perché sono parole universali, sempre, ma in particolar modo dopo la pandemia lo sono ancora di più. Ora siamo ancora in tournée con Il silenzio grande e dopo la conclusione della tournée sono abbastanza aperto a nuovi progetti e nuove collaborazioni.

 

Tu hai frequentato un’Accademia, quindi consigli la scuola per gli aspiranti attori? E cosa ne pensi di chi si forma direttamente sul campo?

Penso che entrambe le esperienze vadano bene, l’accademia ti da un certo tipo di basi mentre l’esperienza sul campo te ne dà un altro tipo, ma sicuramente di non minor valore rispetto all’altra. Il problema al giorno d’oggi secondo me non è che cosa sia meglio fare, ripeto, entrambe le esperienze sono di pari livello, il problema è quante e quali possibilità ci sono oggi per un giovane attore.  Oggi praticamente non esistono più le compagnie di giro e se ci sono, sono poche, in cui un attore puòiniziare a fare esperienza, la classica gavetta, anche con una sola battuta a sera.  A parte forse la nostra produzione che è una delle poche a fare tournée abbastanza lunghe sono veramente poche le compagnie che girano così tanto. Io stesso mi chiedevo dove potevo andare per imparare il mestiere dell’attore è a un certo punto ho capito che l’unico modo per cominciare fosse comprendere che cosa vuol dire fare questo mestiere quali fossero gli strumenti per farlo. Per questo ho voluto frequentare un’Accademia. Ho cominciato con l’Accademia Corrado Pani, era gratuita a Roma. Dopo il diploma a 22 non ero ancora soddisfatto quindi ho fatto un corso intensivo di sei mesi a Pomezia alla scuola di Enrico Brignano dove molti nomi del teatro sono venuti a insegnare e fu un’esperienza meravigliosa, ma anche lì sentivo che il mio percorso di formazione non si era concluso e così provai alla Silvio d’Amico, allo Stabile di Torino, a Genova ma nessuna di queste scuole mi prendeva. Poi quando avevo già compiuto 24 anni e pensavo di provare un’ultima volta prima di decidermi a lavorare, riaprirono i provini al Piccolo di Milano e proprio in quella occasione fui selezionato.

Questo a riprova del fatto che bisogna crederci, cercare di non arrendersi mai…

Ho ricevuto tantissimi “No” prima di vedere qualche “Sì”, ho iniziato a studiare recitazione subito dopo il diploma a 19 anni e ho dovuto aspettare fino ai 24 anni per essere preso in un’accademia. Alla Corrado pani ho incontrato Annabella Cerliani, uno degli incontri più significativi della mia vita, una grandissima personalità del teatro e una grandissima formatrice. Questo per dire che ogni esperienza didattica che ho fatto è stata importante e significativa, se ho sempre cercato di accedere a un’accademia come quella del Piccolo è stato perché cercavo un percorso che fosse più intensivo e approfondito possibile per il mestiere che volevo fare. Questo anche per avere un curriculum che avesse un certo peso specifico.

Qual è stato il momento che ha segnato il tuo rapporto con la recitazione?

C’è stato un episodio in particolare che mi ha segnato e che fu un fulmine a ciel sereno. Avevo nove anni o forse otto, ero abbastanza timido e nella mia scuola elementare tutti gli anni le quarte elementari avevano il laboratorio teatrale con spettacolo di fine anno, come progetto didattico. Io ero in terza elementare e la mia insegnante di lettere, che è stata la mia primissima regista teatrale a livello amatoriale, faceva ogni anno la regia di questo spettacolo di fine anno. All’epoca facevo il tempo prolungato e un pomeriggio lei ci portò alle prove dello spettacolo, chiedendoci di stare buoni e di fare silenzio. Noi eravamo lì seduti mentre lei provava e devo dire onestamente che non ero molto interessato, parlavo con i miei compagni di classe quando a un certo punto la professoressa ha fatto vedere a un bambino come doveva dire una battuta. Io non so perché intercettai il momento, ero attento, vidi la scena e mi sono chiesto: che cos’è questa cosa? Ho avuto una sensazione bellissima e ho detto: che figata lo voglio fare io e lo voglio fare per tutta la vita. Allora mi sembrò un gioco bellissimo quello di far finta di essere qualcun altro e che fosse bellissimo poter dire una stessa cosa in tanti modi diversi. Lo vedevo come un modo per giocare meglio a “fare finta di”.

A proposito del lavoro di preparazione su un testo, di solito come procedi? Puoi dirci di più del momento di creazione che precede la messa in scena?

Il momento della creazione, quello delle prove è quello in cui ci si diverte di più, si sperimenta, ci si mette in gioco per fare qualcosa di bello tutti insieme. Non mi ritengo attore da improvvisazione, mi piace partire dal testo. Sono uno dei pochissimi attori che ama fare le prove a tavolino, mi piace quel momento per analizzare i personaggi, il contesto, le dinamiche. A Lanciano eravamo alla nostra centesima replica e a quel punto sei talmente dentro che lo conosci a memoria, invece in prova ancora capitano cose che non ti aspetti, che ti possono sorprendere. Personalmente per creare questo personaggio ho avuto dei momenti di crisi perché facevo molta difficoltà all’inizio, il personaggio non veniva fuori. Poi a un certo punto Massimiliano Gallo mi prese da parte, un giorno durante le prove e mi disse: “Tu devi soltanto cercare di tranquillizzarti, di essere sereno, il provino lo hai superato e ora è il momento di divertirti perché se non ti diverti ora poi quando debuttiamo tutto quello che potevi fare ormai è passato. Se resti sempre teso e hai sempre paura ti perdi questo tipo di bellezza che c’è solo adesso”. Anche questo momento con Massimiliano è stato importante per me. A proposito del gioco di cui parlavamo prima, sta tutto lì, è durante le prove che posso fare di tutto fino a quando il personaggio non è fissato. Il momento della prova e quello della messa in scena sono due momenti di creazione e di divertimento diversi, l’uno fondamentale per l’altro.

La nostra conversazione si conclude così, parlando del piacere che si trova nell’arte, della dimensione giocosa della recitazione ma soprattutto della passione per il teatro, alimentata continuamente e aperta a nuove esperienze e insegnamenti. Jacopo come gli altri giovani artisti di questa rubrica è un esempio positivo e importante per chiunque voglia dedicarsi all’industria culturale e le sue parole possono essere un esempio per tutti.

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