di Alessandra Antonazzo

 

Scrittrice, attrice, drammaturga e regista, Emma Dante si diploma a Roma nel 1990 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Studia, eccelle, sperimenta, vive e nel 1999 costituisce a Palermo la compagnia Sud Costa Occidentale. Intraprende quindi un lavoro di ricerca linguistica, narrativa e interpretativa dando vita a un teatro autentico, terrigno, viscerale. Attraverso l’utilizzo di nuovi linguaggi, del dialetto e di una rara immediatezza comunicativa basata sul ritmo dei corpi, dona al suo pubblico spettacoli di inestimabile valore umano e culturale sui temi della famiglia, dell’emarginazione e del disagio sociale.

 

Può descrivere il processo creativo alla base di un suo spettacolo? In particolare le fasi di scrittura, la genesi dei personaggi, il testo.

Dipende dal tipo di spettacolo. Per esempio ci sono degli spettacoli che partono da un testo già esistente, come nel caso della favola di Cappuccetto Rosso (“Cappuccetto Rosso vs Cappuccetto Rosso” n.d.r).
La favola esiste già e in questo caso faccio una rivisitazione attraverso le improvvisazioni con gli attori, attraverso un gioco collettivo della scrittura scenica. Poi piano piano si formalizza il testo.

Quando invece gli spettacoli nascono da un’idea originale, nel senso che non parte da nessun testo preesistente, il processo è ovviamente più lungo e complesso. Prima della nascita del testo vi sono tutta una serie di indagini. Si indaga sul personaggio, sulla relazione tra personaggi, sul tema che stiamo trattando, sui contenuti, su come sono vestiti questi personaggi. Come camminano? Come si muovono? Qual è e come è fatto il luogo scenico in cui vivono?  Insomma una serie di interrogativi che partono addirittura prima delle prove, come ad esempio nel caso di “Misericordia”.

 

Come nasce “Misericordia”?

Misericordia” è appunto uno spettacolo che non è tratto da nessun testo preesistente ma che è nato quasi dal nulla, da un’idea che avevo di questa famiglia e che si è poi sviluppata durante le prove.
Tutti i miei spettacoli nascono sempre dalla necessità di raccontare ciò che conosco. Fondamentalmente credo che abbiano appunto sempre le stesse tematiche legate alla famiglia, all’emarginazione, a un disagio sociale insomma.

Con “Misericordia” volevo raccontare la maternità perché sono diventata madre in tarda età con un figlio adottivo e questa esperienza mi ha cambiato la vita. Sono partita da lì, dal fatto che volevo raccontare il mio essere madre. Poi piano piano mi sono discostata dal tema, dallo spettacolo a tema. Mi fanno un po’ paura gli spettacoli a tema perché sono riduttivi.

Ho spaziato, ho incontrato questo danzatore straordinario che è il protagonista di “Misericordia” ( Simone Zambelli n.d.r) e in un anno e mezzo di lavoro insieme e a lui e insieme alle attrici che fanno parte dello spettacolo (Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi e Italia Carroccio n.d.r) poi è venuta fuori questa storia di miseria e di degrado condita da un grandissimo amore e da una grandissima misericordia da parte delle persone che si prendono cura di questo ragazzino “difettoso”. “Difettoso” perché nasce dalla violenza, dal pestaggio del padre sulla madre. Nel momento in cui lui nasce, la madre muore e questo suo nascere “figlio delle botte” lo fa nascere “struppiato”, come si dice dalle mie parti (Sicilia n.d.r).

  

Nel suo teatro lo spettacolo non è mai un punto di arrivo quanto piuttosto uno stimolo per intraprendere un percorso. È un percorso di ricerca quindi quello che ha messo in atto con gli attori di Misericordia?

Certo. Abbiamo lavorato molto, prima delle prove, sul bagaglio espressivo che questa famiglia aveva, ancor prima di cercare la trama. La trama è l’ultima cosa. Innanzitutto si deve capire l’atmosfera, ossia che aria si respira dentro quella casa. Il palcoscenico è una casa e in qualche maniera va arredato, anche se non ci sono le scenografie.

 

Nei suoi spettacoli infatti la scenografia è pressoché assente. Vi sono pochi elementi scenografici chiave per lasciare spazio al corpo dell’attore che crea la scena?

Esattamente.

 

Mi parli del suo lavoro di ricerca linguistica nel teatro. L’uso del dialetto che si trasforma in una vera e propria lingua e di conseguenza in un linguaggio universale e universalmente comprensibile, forse proprio perché associato al linguaggio del corpo?

Esatto. È una lingua che nasce insieme al gesto. Quindi è una lingua che ha a che fare con la lingua madre, con l’origine. All’attore viene chiesto di improvvisare mantenendo comunque sempre fede al suo essere bambino, al suo tornare bambino. Quando si torna bambini si sentono le prime voci che hanno accompagnato la nostra infanzia e sono quelle poi che si devono usare quando si “gioca” nel teatro. L’espressione linguistica è legata molto alla gestualità e alla regressione infantile.

 

Tra prosa, opera e favole, nei suoi spettacoli c’è un forte legame con la musica.

Sì, assolutamente. La musica serve come primo ingranaggio di evocazione di atmosfere. La uso tantissimo nelle fasi delle improvvisazioni, all’inizio di tutto, per marcare un terreno emotivo. La musica come emotività, come suggestione. Poi successivamente, man mano che andiamo avanti con le prove, tolgo la musica. Quando arriva il silenzio, che fino a quel momento era stato riempito da musiche che servivano a trovare l’atmosfera, ecco a quel punto il silenzio è più forte.

 

Nel suo teatro la fiaba e il mito divengono uno strumento per un pubblico adulto, non solo per i più piccoli.

Secondo me esiste il bravo attore ma esiste anche il bravo spettatore. Il bravo spettatore è colui che riesce a calarsi veramente nell’esperienza che sta facendo con il teatro e con ciò che vede. Quindi riesce a tornare anche bambino per poter capire meglio, indagare qualcosa che gli è rimasto dentro.

Fino alla fine della nostra vita c’è una parte di noi che rimane bambina. Soltanto che poi nel prosieguo della vita, con le regole dell’educazione, questo bambino viene lasciato in disparte dentro di noi. Viene messo da parte perché il nostro essere adulti è più “ragionevole” nel mondo dei grandi.

Il teatro serve a risvegliare questo bambino che se ne sta sempre un po’ in disparte. Quindi il bravo spettatore è colui che sa aprire le porticine della sua anima per far affiorare quei personaggi scomodi, che magari sono maleducati, che non seguono le regole, ma che fanno di noi degli esseri speciali.
Per me gli spettatori devono essere “esseri speciali” nel momento in cui guardano uno spettacolo. Non possono essere passivi.

Per cui, che si tratti di uno spettacolo per bambini o per adulti, se è uno spettacolo che parla e ha una sua complessità, anche se quello che si vede è semplice, se lo spettatore lo sa cogliere non esiste una differenza di età. Esiste quella personalità, di adulto o bambino, che sta facendo un’esperienza di crescita rispetto a quello spettacolo.

 

Come sta vivendo questo tempo che stiamo attraversando, un tempo sospeso a livello umano, personale ed emotivo in cui il teatro sta subendo una devastante battuta d’arresto?

Da un certo punto di vista, come artista, questo periodo mi sta servendo per fare il punto su alcune cose, su alcune domande che mi voglio porre, sulla “me” artista che un giorno dovrà tradurre tutto il silenzio di questi mesi, questa carcerazione.

Dal punto di vista tecnico mi fa molto arrabbiare il fatto che questo Paese non si prenda veramente una responsabilità sul problema della cultura e su come fare per far rinascere non solo l’economia, il calcio, il turismo, la moda o l’agricoltura, ma anche la cultura. Serve che ci sia qualcuno che si prenda carico di capire come far rinascere la cultura.  Proprio perché il nostro è un Paese in crisi, soltanto attraverso il dialogo culturale e artistico si può risollevare. È importante tanto quanto lo sono le chiese e gli ospedali. La cultura non può sempre essere messa in ultimo piano perché in questo modo si svilisce e indebolisce un Paese di grandi pensatori, quali siamo noi italiani.

 

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