Intervista a Carlo Ragone: l’arte dell’affabulazione

«Il teatro aiuta a formare un pensiero critico, ecco perché non si insegna a scuola. C’è chi ha paura di questo»

È salernitano, Carlo Ragone, ma non troppo.

Sì, sono nato a Salerno nel 1967, ma poco dopo sono rinato a Napoli. Ancora neonato fui ricoverato al Policlinico di Napoli per una grave forma di itterizia. Lo chiamavano ittero mortale. Qualcuno mi dava per spacciato, invece grazie alle cure del professor Lupo, sono ancora qui.

Un miracolo?

Forse. Quando mia madre ringraziò il dottore, lui le disse: «Non dovete ringraziare me. Dovete ringraziare San Gennaro: questo bambino ha la forza e la volontà di vivere e vivrà. Una storia che racconto anche nello spettacolo che porto in scena».

Ragone, è al teatro Vittoria con «Intestamè» fino a domenica 6 novembre, una sola settimana di repliche ma è visibilmente stanco. Eppure dopo l’intervista deve salire in palcoscenico per la serale del sabato.

È un periodo molto faticoso. Martedì abbiamo debuttato all’improvviso. Un solo giorno di prove e la tensione è sempre enorme. Non eravamo programmati in cartellone, siamo stati chiamati all’ultimo momento, grazie alla generosità di Viviana Toniolo, direttore artistico del Vittoria, che ha ascoltato l’accorato invito di Massimo Dapporto, il quale aveva visto lo spettacolo al Globe qualche tempo fa. Ci tengo a precisarlo perché ci sono tante persone che in sordina cercano di aiutare il teatro, ma solitamente non fanno notizia. Invece è proprio questo passaparola che andrebbe sempre incoraggiato.

Mentre le parole di Ragone esprimono sincera gratitudine, nei suoi occhi si legge una profonda malinconia, quasi uno sconforto. Che però deriva da altro.

C’è una gran confusione. Il teatro sta vivendo un periodo terribile.

E non da ora, mi pare.

Si fa fatica ad appartenere a questa categoria, che non è riconosciuta da nessuno. In Italia non esiste una educazione teatrale. Non esiste un riconoscimento attoriale.

Ha ragione Ragone: nessuno parla di teatro. È una parola quasi scomparsa dal vocabolario moderno.

Finché non si comincerà a portare il teatro nelle scuole, cambierà ben poco. Il teatro deve diventare materia di insegnamento per i ragazzi, ma anche per i professori. Dovrebbe essere una materia interattiva: il teatro – se ne sono accorti in pochi – ci aiuta ad essere cittadini migliori, perché, oltre ad essere istruttivo sull’argomento che ogni opera approfondisce, faciliterebbe la nostra convivenza. Gli intrighi che ripetono in scena i personaggi fanno parte di quei meccanismi sociali che noi viviamo ogni giorno. E quegli stessi personaggi, mentre raccontano la loro storia, mostrano un loro carattere e di conseguenza si comportano in un determinato modo, esattamente come farebbe un qualunque cittadino di un paese o di una città. A volte, senza nemmeno accorgercene, ci capita di rivivere le loro stesse vicissitudini – la vita si ripete, si sa! – e ci comportiamo come si sono comportati loro. Dunque, perché non usare nelle scuole questa miniera d’oro per far tesoro delle loro esperienze e imparare ad essere cittadini del nostro tempo, grazie ai personaggi che ci fanno da specchio. Studiando l’umanità, attraverso il teatro, oltre a divertirci – recitare è prima di tutto un gioco – diventerebbe una forma di armonizzazione civile, di comprensione dell’io e dell’altro.

Nella scuola italiana, però, l’idea di giocare ad essere un altro, potrebbe essere facilmente fraintesa.

Se non ci si diverte, non c’è affabulazione: a molti insegnanti manca questo dono che è fondamentale: non si può insegnare pensando di non affascinare i ragazzi. Senza l’affabulazione ogni dottrina diventa sterile.

In alcune nazioni europee il teatro è già materia scolastica. Per quale assurdo motivo, l’Unione europea, che ci impone di uniformarci sui prodotti alimentari o sulle norme di sicurezza, ignora ogni soluzione comunitaria che riguardi i programmi culturali e le immense potenzialità del teatro?

Hanno paura, infatti non ne parlano mai. Se si aprisse il discorso lo si dovrebbe affrontare in maniera costruttiva e sarebbero costretti a deliberare in favore del teatro. Ma alimentando il teatro e la cultura in generale, si favorirebbe la formazione del pensiero critico dei cittadini. Di questo hanno paura.

Perciò a scuola non si studia teatro?

Esattamente.

Quando, alla fine del Covid, hanno riaperto le platee, a Roma si è sparsa la notizia che le sale fossero piene ogni sera, e che la gente non vedeva l’ora di tornare a teatro. Un’illusione dei teatranti o una bugia mediatica?

Credo sia stata soltanto una soluzione per non aiutare la nostra categoria, che essendo già poco riconosciuta è stata facilmente lasciata da parte, quasi dimenticata. Con il Covid il teatro ha sofferto più di ogni altra attività ricreativa. Qualcuno ha ipotizzato che riaprire i teatri fosse come riaprire i cinema: dove premi il tasto del proiettore e il film inizia. A teatro questo non è possibile. S’è dovuto ricominciare a riorganizzare le compagnie, gli spettacoli, le prove, le distribuzioni. Il trauma ancora non è stato smaltito. Ci vorrà del tempo. E senza un aiuto il tempo sarà assai lungo.

Una volta il teatro prestava visi e nomi alla televisione. Oggi accade il contrario. Esiste un male invisibile?

Nessun male. Nessuna sfortuna. Soltanto una questione di opportunità. La televisione è ossequiosa e con la possibilità che ha di entrare nelle case di tutti è riuscita a ribaltare la situazione a suo vantaggio. Ricordo che da bambino quando andava in onda un programma molto atteso ci si riuniva tutti davanti al televisore e ci si vestiva bene per l’occasione. Come quando si andava a teatro!

Quindi era un evento particolare e non un’abitudine quotidiana?

Proprio così. Sempre in quel periodo quando le telecamere inquadravano il papa ci si faceva il segno della croce. Oggi per me l’immagine del papa in tv corrisponde a quella di un signore vestito di bianco. La tv ha smembrato il tessuto sociale delle persone.

Anche del papa?

Anche del papa: ci ha tolto il gusto del rito. E andare a teatro era un rito che oggi non sentiamo più.

Dove sono finiti quegli attori che erano considerati giganti del palcoscenico? E i grandi registi? Cosa è successo?

Il vivaio è secco perché non è alimentato nella maniera giusta. Esistono tanti bravissimi attori, fior di professionisti, ma vengono utilizzati male, vengono lasciati appassire. L’attore deve recitare, altrimenti non si arricchisce; pure la figura del regista è fondamentale. Ogni spettacolo è fatto di collaborazione tra più persone: l’attore collabora con il regista e con l’elettricista e tanti altri. Ma non si può combattere contro il tempo che in un attimo ha modificato tutto il sistema teatrale. Oggi i produttori chiedono il nome famoso in cartellone: ma non è questa la soluzione giusta per alzare la qualità del prodotto. Io punto sempre alla qualità, e la qualità si raggiunge col tempo, con lo studio e con il lavoro.

Si può fare qualcosa per convincere le produzioni a investire anche su quelle locandine dove non ci sono nomi famosi?

Non amo intraprendere un braccio di ferro né con le produzioni né col pubblico che vuole vedere quei nomi in teatro.

Ci hanno sempre detto che anticamente il popolo era assai ignorante, tuttavia, sin dai tempi di Eschilo la gente riempiva i teatri per vedere le tragedie greche che ancora oggi noi portiamo in scena. Nei secoli successivi anche i meno abbienti correvano a vedere i lavori di Shakespeare, e poi quelli di Racine e di Corneille. Oggi questi generi popolari sono giudicati «pesanti». C’è stato un evidente cambiamento.

Ci si riaggancia alla paura di cui ho già parlato prima. Le opere di questi grandi autori, popolari che fossero, contenevano un messaggio valido capace di smuovere il pensiero della gente, e quindi di provocare un’analisi critica della società. Questo ora non deve accadere.

Come si spiega che uno stesso testo, riproposto in epoche diverse, sia sopportato in maniera completamente differente?

A causa del consumismo spirituale.

Sarebbe?

L’abitudine a vivere ogni cosa sempre più velocemente riduce il tempo di concentrazione. Una tragedia di cinque atti che 30 anni fa già la si doveva gustare in tre atti, poi comodamente in due, ora deve essere presentata in un’ora e venti. Altrimenti il pubblico si annoia.

È vero che molti teatri sono stati chiusi a causa della pandemia?

Il Covid è stato il fiocco sul pacco. Ma il pacco era già stato riempito e incartato molto prima. Ora è facile incolpare il fiocco.

Chi è il responsabile?

Non saprei rispondere. Sono un attore e l’attore deve pensare al pubblico. Noi oggi il pubblico lo dobbiamo riconquistare. Questa è la fatica più grande.

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