riceviamo e pubblichiamo da Linda Katherine Sogaro

10 Aprile 2020. “Siamo all’alba di qualcosa di mai avvenuto”: così Giuseppe Manfridi, uno dei più importanti commediografi italiani, esordisce durante la videoconferenza per la presentazione del suo ultimo libro “Anja, la segretaria di Dostoevskij”, pubblicato lo scorso Novembre ed edito da Lepre Edizioni nella collana “Visioni”.

 [È autore di diverse commedie di successo come “Giacomo, il prepotente” e Ti amo”, messi in scena nei principali teatri italiani, e firma delle sceneggiature di film conosciuti, come “Ultrà”, “Vite strozzate” e molti altri.  Oggi, è nella prima tranche di finalisti per il premio Strega 2020 grazie a un suo altro romanzo, “La cuspide di ghiaccio”. ]

Un evento che sottolinea ciò che l’autore definisce, a ragione, un incontro profondamente umanistico, nonostante le difficoltà di questo momento storico. In questo periodo d’emergenza Covid-19, “Non abbiamo l’oggetto libro”, ma scegliamo di rimanere vicini al testo, avvalendoci anche del progressivo successo dell’e-book.

Stenografia, giovinezza e scrittura sono i grandi protagonisti dell’avvincente romanzo di Manfridi. Ci ritroviamo catapultati nella San Pietroburgo del 1866: destinazione della popolazione limitrofa in cerca di lavoro, si configura lentamente come luogo di progresso. Qui s’insegna il nuovo: è infatti una delle prime città europee ad utilizzare la tecnica della stenografia nei tribunali. In questa cornice storica, avviene l’incontro tra una diciassettenne e un colosso della letteratura di tutti i tempi: Anja, una giovanissima stenografa nel fiore della propria crescita e Dostoevskij, un uomo severamente senile ed epilettico, dal vissuto sterminato, che si porta avanti quotidianamente in una vita scandita dall’angoscia.

Il grande scrittore, infatti, deve far fede all’impegno di continuare a pubblicare, a episodi su una rivista, i capitoli di “Delitto e Castigo”; allo stesso tempo però, deve riuscire a consegnare entro un mese un altro romanzo, “Il Giocatore”: in caso di fallimento, cederà all’editore i diritti di tutte le sue creazioni precedenti, il che equivarrebbe per lui a morire. Tuttavia, la speranza di ottenere tremila rubli di compenso, per colmare degli ingenti debiti personali, è più forte. Così, rischia: “È una firma faustiana, quella che appone. Ma la appone. Altrimenti l’autore, perdendo le sue creazioni, non sarebbe più nulla”. Da qui, la necessità di velocizzare il processo creativo e l’atto della scrittura con l’aiuto della ragazza e della stenografia.

“In quella piccola raccolta di memorabilia che si trova nel museo della casa di Dostoevskij”, ci racconta l’autore “C’è una pagina de i “Fratelli Karamazov” stenografata, che mi ha provocato una vera e propria sindrome di Stendhal e che conservo sempre nel mio archivio fotografico. Vedete? Qui c’è il pensiero che si fa scrittura, è diverso dalla dettatura, che presuppone una correzione in fieri. Qui si tratta proprio di scrittura, veicolata direttamente attraverso il pensiero”.

Anja è piena di vita, ancora innocentemente inconsapevole: “Le pagine del suo diario mi hanno fatto sobbalzare: la penna non è notevole, ma il racconto si.” Spiega Manfridi: “Ella vive un vero e proprio tumulto quando scopre di avere ottenuto l’incarico. Sa chi è Dostoevskij perché il padre, un amante di letteratura, lo conosceva bene e le aveva trasmesso l’amore per i libri. «Ogni buon libro, a saperlo leggere, può darti tutte le risposte che cerchi». Nel volere raccontare una storia, cogliere una situazione è un dettaglio, io ho voluto raccontare questa pervasione reciproca”. Non ricade sul finale, dichiara l’autore, l’attenzione narrativa, ma su come due universi soggettivi, separati da un grande divario d’età, si compenetrino a vicenda, cambiando per sempre l’uno la vita dell’altra, restando fedeli all’impegno creativo.  

Rispetto alla propria conoscenza e al proprio amore nei confronti di Dostoevskij, l’autore ci narra qualcosa che è strettamente intrecciato ai propri ricordi “Ho cominciato a leggere Dostoevskij quando ero un ragazzo e l’ho interrotto per non altri motivi, se non un eccesso di commozione. Amo in lui il dato teatrale, l’azione nel qui e ora. Non è olimpico come Tolstoj, è sommario. Scrive in preda all’impetuosità, non ha tempo di correggere. Amo questo impeto. Scade in alcune parti che però gli sono necessarie a impennarsi di nuovo. La necessità di scrivere sta tutta nella fretta, c’è necessità, disperazione, disagio e penuria, che per un autore della sua portata sono elementi dopanti. Non ho inserito nulla di nozionistico, mi sono concentrato sulla forza di questa scrittura e sulla giovinezza della mia fanciullina, Anja”.

Accolto in modo favorevole dalla critica, il libro è una lunga, incalzante esplorazione dell’elemento umano e dell’elemento letterario. Chissà se, con l’occasione, potremo tornare a rivederlo in scena, per la prima volta dopo il biennio 2005/2006, nei più grandi teatri

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