Il film “I fratelli De Filippo”; la recensione

 di Giulia Pernaselci

 

“I fratelli De Filippo” è stato l’atteso film del 2021, presentato in anteprima il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, distribuito nella sale cinematografiche italiane da 01 Distribution dal 13 al 15 dicembre e trasmesso su Rai 1 il 30 dicembre successivo.

Il cast nella sua professionalità non va a oscurare i già giganti protagonisti. Il regista Sergio Rubini ha scelto Mario Autore per interpretare Eduardo De Filippo, mentre Domenico Pinelli, presente in “Si accettano miracoli”, il fratello Peppino. Anna Ferraioli Ravel, dà volto alla sorella Titina. A rivestire il ruolo della madre, Luisa De Filippo, vi è l’attrice Susy Del Giudice, vista in note serie quali “Don Matteo”, “Capri” e “Gomorra”. Nei panni di Eduardo Scarpetta vi è Giancarlo Giannini, Biagio Izzo è il figlio Vincenzo Scarpetta.

In film illustra le equivocabili vite dei De Filippo, segnate da alte tensioni personali e lavorative, ma che sapranno procurarsi risvolti prodigiosi. Per fare chiarezza sulle dicerie contorte che si scagliano su queste figure, si parte dal 1931, a Caivano; l’anno e il paese in cui l’infanzia li vide orfani del riconoscimento del padre biologico, Eduardo Scarpetta, zio illegittimo, che nutrì scarso affetto nei loro confronti.

La maggior parte dei ciak, naturalmente, si sono svolti a Napoli, terra che vide il trio nascere, crescere e allontanarsi inevitabilmente da luoghi che poco potevano restituire in termini di una carriera degna di un suo valore. In particolare, si può ammirare il Teatro Sannazaro, altro grande protagonista della storia, che fa da splendida cornice alla più umile ambientazione meridionale. Qui, un’aria di intimità accoglie lo spettatore, grazie alla decisione di produzione di portarlo direttamente dietro le quinte dove la compagnia da foga a personaggi rivoluzionari.

Le origini dei De Filippo si rivelarono però indispensabili nel collocarli sui palchi come fautori di toni comici all’avanguardia rispetto alla tradizione del tempo. Le immagini degli angoli rionali, intrisi di un marasma popolare ricco di individualità assetate di rivincita, vengono associate alla voce di Eduardo; “Ognuno fa ‘na parte, ‘na macchietta, se sceglie ‘o tipo, o n’ommo, ‘a truccatura, l’’intercalare, ‘a camminatura, pe fà successo e pe se fà guardà!. Parole che danno un senso accurato a un mestiere che di finto ha solo ‘la scena’ perché “La vita è una commedia”, una commedia che si sviluppa dal basso per definirsi più reale della realtà stessa.

L’apice dello smarrimento toccò i fratelli quando, a causa di contrasti familiari, smisero di recitare con gli Scarpetta, cessando di venire messi in cartellone. Sbarcati nella periferia Siciliana, le cose continuarono a non andare bene, ma ne accusarono l’ignoranza locale. Cercarono di cambiare le carte in tavola, stabilendo che da allora la direzione artistica sarebbe spettata a Peppino.

La mossa si rivelò vincente e i tre ritrovarono quell’equilibrio interiore, incontrando anche l’amore. Finalmente riuscirono a guadagnarsi la desiderata stima dei pubblici da cui vennero celebrati a perdifiato. In contemporanea, le riprese mostrano le scene a inizio film del momento in cui, da piccoli, Peppino e Titina, con convincente ingenuità, spiegano a Eduardo cosa sia il teatro, incuriosendolo di gran lunga. Sembra chiudersi un cerchio. Il finale mostra il raggiungimento della popolarità sconfinata, prima che, nel 1944, ci fu l’avvio di percorsi separati.

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