Il cuore di Eva spezzato da una madre dedita all’eugenetica

Gianni De Feo affida al grottesco il delirio delle follie naziste

Il canto suadente di Max Raabe accoglie gli spettatori accompagnandoli dolcemente nell’atmosfera di quegli anni Trenta che, se nel mondo segnarono il periodo più felice ed elegante del Novecento, in Germania furono il prologo dell’inferno. Infatti, in scena un maître de salle sembra attendere tranquillamente gli ospiti per introdurli in un dramma che sta per scoppiare. Lo si avverte: ce ne accorgiamo dall’inquietudine di una donna vestita a lutto che aprirà il sipario sulla sua vita ora d’attrice, ma prima di figlia.

Irma Ciaramella e Alessandra Ferro

Il prologo canoro è importante, come in tutte le regie di Gianni De Feo, esperto musicologo, perché la musica, affidata poi alla perizia di Adriano D’Amico, è la protagonista di quest’allestimento, diventando la voce costante di quel personaggio immaginario che De Feo ha ritagliato per sé e del quale soltanto in un paio di situazioni ne ascoltiamo le reali parole. Ed è proprio la musica che introduce dolcemente l’inferno di Eva (Irma Ciaramella) cominciato nell’estate del 1939 quando a Berlino i nazisti stavano già «affilando i coltelli». All’epoca Eva aveva sei anni e fu all’improvviso abbandonata dalla madre (Alessandra Ferro) che, spinta da uno scellerato senso patriottico, corse al servizio della corte di Hitler. Il padre, un cantante, morì poco dopo in guerra; e lei, rimasta praticamente orfana, allevata da una zia anaffettiva, di quel periodo ha conservato una bambola, dono di una madre che soltanto allora avrebbe potuto essere una mamma.

Il testo di Emilia De Rienzo – forte e intenso ma anche con qualche macchia eccessivamente didascalica – gioca proprio sulla differenza dell’accezione sentimentale che contiene uno solo dei due vocaboli, sinonimi soltanto nel lessico di un dizionario. Le due donne si ritrovano l’una di fronte all’altra nell’autunno del 1978. Eva (come la Braun?), consapevole di addentrarsi in un labirinto di follie, sceglie a fatica la strada dolorosa della verità, per capire cosa spinse la madre a preferire il fanatismo nazista sacrificando la gioia della famiglia. Il dramma vien fuori chiaro quando la genitrice reclama il sostantivo più affettuoso, che Eva, però, non riesce a pronunciare.

De Feo per portare avanti in maniera credibile il dialogo, paziente e sofferente da una parte e delirante e implacabile dall’altro, affida allo stile grottesco soprattutto l’espressionismo della madre spietata, imbalsamata in un trono che ha il sapore di una bara che contiene il fantasma di una trascorsa follia. Caratteristica, questa, che consente ad Alessandra Ferro – viso audacemente truccato, con piumaggio a cresta di gallo sul capo, e fasciata da una vestaglia con ancora i segni di una croce uncinata – di farneticare in modo esemplare tra i ricordi degli esperimenti di eugenetica sui bambini malati e quelli di un marito e di una figlia sotterrati nell’oblio. Quando però la visione della bambola le ravviva la memoria si avverte l’anomala mancanza di un cambio di registro nella recitazione.

Irma Ciaramella e Alessandra Ferro

Più contenuta nel dolore di figlia abbandonata la Eva interpretata dalla Ciaramella, che cedendo raramente alla disperazione emotiva, predilige la razionalità dell’attrice diderottiana per costruire il suo personaggio alla ricerca della spietata verità che la porterà a equipararsi proprio con quella bambola spezzata nel cuore dalla quale è incapace di separarsi.

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La bambola spezzata di Emilia De Rienzo, con Irma Ciaramella (Eva), Alessandra Ferro (La Madre) e Gianni De Feo (Il Cantante e non solo). Aiuto regia Sabrina, Pistilli, Assistente alla regia Letizia Nicolais, Progettazione scenografica: Roberto Rinaldi, Costumi Gianni Sapone e Roberto Rinaldi, Musica Adriano D’Amico. Regia, Gianni De Feo. Al Teatrosophia, fino al 28 gennaio

Foto di copertina: Irma Ciaramella e Alessandra Ferro Foto © Manuela Giusto

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