di Edoardo Vezzi

Nel poster de “Il cuore a gas” il collo afferma: “non ci ho capito niente”. Se devo essere sincero, neanche io.

Lo spettacolo della compagnia Hangar Duchamp, sotto la direzione di Andrea Martella, è in scena al Teatro Trastevere dal 16 al 21 novembre. È vero, è incomprensibile, ma è una scelta volontaria. La rappresentazione è in scena quest’anno proprio in occasione dei cento anni freschi freschi dalla sua prima apparizione a Parigi nel 1921. Tristan Tzara, autore del testo, era travolto in pieno dalla corrente dadaista. E quindi anche lui non poteva che travolgere gli spettatori con una messa in scena surreale, talmente non-sense che ognuno può vederci ciò che desidera.

D’altronde il pubblico è avvertito. “La più grande truffa del secolo in tre atti” così ci accoglie il poster all’entrata. Sul palco gli attori si muovono in maniera stravagante, mentre il pubblico prende posto. Fanno versi, saltano, gridano, interagiscono tra di loro come spinti da istinti animaleschi più che umani. Non c’è razionalità, l’essenza dell’uomo non la prevede.

Raccontare ciò che accade oltre che difficile forse non ha neanche troppo senso. Gli attori, che rappresentano le parti del corpo – collo, bocca, sopracciglia, occhi, orecchie e naso – devono prendere un rotolo di carta igienica tenuta in mano da un personaggio posizionato davanti a un water (ecco Duchamp!) che dovrebbe rappresentare il testo stesso. Nel corso degli atti sarà lui, infatti, a comandare l’entrata e l’uscita degli attori dal gioco scenico.

Sullo sfondo l’istallazione dell’artista Giulia Spernazza, in prestito dalla Galleria Faber, accoglie gli atti sempre più onirici che dividono lo spettacolo. I personaggi parlano con frasi sconnesse, costruendo a un certo punto una sorta di catena di montaggio per cercare di creare una comunicazione astratta con dei versi che però danno vita a una performance musicale. Piano piano ci si addentra sempre di più perdendo ulteriormente il contatto con la realtà, senza capire come siamo arrivati fino a lì e cosa stia succedendo.

Alla fine si rimane con un senso di disorientamento. Si può dire che sia un’avventura teatrale estremamente diversa rispetto al solito. La performance degli attori è bellissima e avvolgente. Bisogna cercare di entrare nell’esperienza performativa e apprezzare la confusione provata. È un mondo di allucinazioni e sogni, dove non c’è posto per la realtà, così semplice e poco intrigante.

“Il cuore a gas” resiste dopo un secolo, nonostante i cambiamenti nel mondo dell’arte e del teatro. Forse allora, essendo nato come una risposta ad una società opaca e rigida, se ancora oggi è così apprezzato, vuol dire che è la società a non essere cambiata poi così tanto.

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