di Giorgia Leuratti

 

 

Una luce opaca avvolge il proscenio, illumina fioca il gesticolare di Capannelle; è il bizzarro personaggio ad introdurci nella Roma del 1958, nel contesto malinconico e vitalistico delle sue periferie; è lui come altri, parte di una realtà di ladruncoli dove ogni giorno si tenta di vivere “cosi, alla giornata”.

E’ questo l’intervento che dà inizio al primo riadattamento teatrale italiano di “I soliti ignoti” del compianto Mario Monicelli, in scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma per la regia di Vinicio Marchioni: portando sulla scena una storia volutamente fedele all’opera originaria, essa si pone come diretto omaggio ad essa da cui riprende tanto la sceneggiatura quanto la caratterizzazione dei personaggi.

Nella penombra, stagliata sul fondale, una struttura metallica è unico elemento scenografico persistente: nel mutamento delle scene essa rimane sul fondale adattando il suo ruolo, si mostra funzionale all’evocazione di luoghi diversi divenendo ora ascensore, ora tubatura, ora sala di un tribunale.

“Vai a cercà sta pecora!” – là dove lo svincolo dell’azione è la ricerca di un “incensurato” che possa strappare Cosimo alla sua condizione di prigioniero, la dinamica subisce una metamorfosi quando i potenziali candidati si origina l’intenzione di una nuova allettante rapina; nell’illusione di un bottino che ribalti la loro condizione di miseria, rimarranno interdetti di fronte ad una serie di piccoli, non trascurabili imprevisti.

Nel lo sviluppo della sceneggiatura originaria (Mario Monicelli – Suso Cecchi D’Amico – Age & Scarpelli),  l’adattamento di Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli dimostra di non volerne stravolgere gli ingranaggi; pur escludendo l’ipotesi di un paragone, senza dubbio impossibile, con l’opera d’origine, una scelta di questo tipo conduce ad un generale rallentamento della vicenda che, sebbene fluida, appare appesantita in alcuni tratti.

E’ l’impossibilità di riprodurre la morte di Cosimo in sede teatrale, a suggerire la messa in scena di un rituale funebre corale che ne evochi l’accaduto e nel quale lo stesso defunto prende parola attraverso un monologo che rivela la frustrazione della sua passata esistenza.

Laddove questa variazione appare motivata dallo stesso mezzo teatrale, che non può e non deve adottare gli stessi meccanismi cinematografici; modifica è anche l’idea non del tutto convincente, di accorpare i due personaggi femminili affidando le parti ad un’unica interprete.

Non del tutto vuoto, e con le pareti non proprio “di sfoglie”, l’appartamento a Monte di Pietà diviene per i furfanti luogo di un ultimo banchetto; sarà di fronte ad un piatto di pasta e fagioli che si chiederanno: “Che si fa quando si esce di qui?”

Con Vinicio Marchioni, Giuseppe Zeno, Augusto Fornari, Salvatore Caruso, Vito Facciolla, Antonio Grosso, Ivano Schiavi, Marilena Anniballi, lo spettacolo andrà in scena fino al prossimo 6 Gennaio.

 

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