di Sara Formisano

 

In un pomeriggio assolato di inizio marzo che prelude alla primavera in arrivo, mi dirigo in uno dei quartieri più conosciuti e controversi di Napoli, il quartiere che ha dato i natali a Totò, il rione Sanità.
Qui mi aspetta un incontro con il teatro, quello fatto dai giovani per i giovani, il teatro che sta provando con le unghie e con i denti a restare in piedi, nonostante tutto. L’incontro è con
Putéca Celidònia, una giovane compagnia teatrale fondata nel maggio del 2018 “al chiaro di luna” su una spiaggia di Formia, come loro stessi mi hanno raccontato.
Il vico dove è situata la sede di Putéca Celidonia è vico Montesilvano, a un passo dalla storica pizzeria di Concettina ai tre santi e da via Santa Maria Antesaecula (dove Totò nacque) e dal tarallificio Poppella ora famoso per i fiocchi di neve.
La cornice perfetta, un luogo che come molti altri a Napoli ha una storia da raccontare che si incrocia con la camorra e incontra la voglia di fare teatro di un gruppo di ragazzi. Perché la sede dove fino a un anno fa svolgevano le loro attività per il quartiere è un bene confiscato.


Vengo accolta da Emanuele, Clara, Dario, Umberto, Maria Luisa e Teresa in un mini appartamento diviso su due livelli, piccolo ma con tutto il necessario e con una sala nel soppalco sufficiente per i corsi di teatro (in assenza di Covid). Oggi sono solo i ragazzi di Putéca ad abitarlo nell’attesa di poterlo riaprire e vederlo animarsi dei bambini che per quasi tre anni lo hanno frequentato imparando tanto ma anche dando tanto alla compagnia. Iniziamo la nostra chiacchierata “alla napoletana”, consumando un caffè da asporto mentre mi mostrano i due spazi che da circa tre anni hanno preso in gestione.
Siamo emozionati, loro ed io, perché parlare di teatro oggi è commovente per tutti. Ma siamo anche felici di poterci incontrare e parlare insieme di un futuro che vediamo possibile.

 

Com’è iniziata Putéca Celidònia? Che ruoli vi siete dati?

Clara Bocchino: Putéca è nata alla fine del triennio di formazione alla scuola del Teatro Stabile di Napoli, siamo in sei e ci siamo tutti formati come attori. C’era una forte e tacita intenzione di proseguire poi con un percorso insieme e di creare qualcosa. Le affinità esistono e senza neppure troppe dichiarazioni d’amore eravamo già sicuri, così siamo partiti all’avventura. Con l’obiettivo di fare gruppo, un po’ all’oscuro, senza troppi programmi. Tutto quello che ci ha attraversato e travolto dopo è stato più grande di quanto ci aspettassimo in tutti i sensi.
Una sera di giugno eravamo a Formia e sulla spiaggia abbiamo dato inizio formale a Putéca Celidònia, in modo anche un po’ goliardico. Al chiaro di luna con una bottiglia di amaro.

 

Ridono, ripensando a quella sera di un tempo non troppo lontano, era il 2018 quando mai avremmo pensato che un giorno non vi sarebbero più state, almeno per un po’, serate goliardiche sulla spiaggia con amici, risate e bicchierini di amaro al chiaro di luna.

Emanuele D’Errico: La cosa bella e incredibile è anche che ognuno di noi si è trovato costretto, da un lato a fare tante cose che non hanno niente a che fare con il lavoro dell’attore. Per esempio le cose organizzative e burocratiche e io personalmente ho riscoperto una passione. Ho approfondito la scrittura per il teatro. All’inizio sperimentando, poi ho studiato e seguito un corso e ho preso la strada della drammaturgia e della regia. Per me il gruppo è stato un’opportunità per mettermi in gioco in questo senso.

Dario Rea: Tutti noi stiamo lavorando, giocando in realtà, nell’ambito della formazione che riguarda una buona parte della nostra poetica. Stiamo sempre di più andando nella direzione del formatore teatrale. Personalmente mi occupo di questioni burocratiche, amministrative e organizzative. Da un anno seguo anche la regia di progetti di formazione.

Umberto Salvato: Ognuno di noi ha come primo obiettivo quello di attore/formatore. Nel mio caso oltre a questo mi occupo di tutto ciò che riguarda la comunicazione.
La grande ricchezza è quella di portare ciascuno il proprio piccolo bagaglio con la propria valigia emotiva e tutto questo conduce a delle idee.

Teresa Raiano: Prima di fondare questo gruppo era come se dentro di me ci fosse l’idea di fare solo l’attrice e mi vincolavo a quel canale. Con la compagnia mi sono donata ad altre cose. Sto riscoprendo il lavoro sul territorio e sulla socialità.

Marialuisa Bosso: Posso usare una parola: scoperta. In compagnia ho scoperto me stessa. Mi sento un po’ il jolly, mi piace molto prendere da tutti. Sono curiosa come una bambina alla ricerca di cose. Posso prendere qualcosa da Emanuele, quando scrive. L’istinto di Dario che mi sprona a buttarmi. Le idee di Umberto e la creazione di un format per la comunicazione. Il modo che ha Teresa di abbracciare tutti quanti nei momenti difficili. Clara, attiva e gioiosa che sa donare momenti belli. Praticamente sono segretaria organizzativa e mi piace molto. La compagnia si può definire famiglia e in questo periodo in cui manca l’approccio con l’umano siamo fortunati perché siamo insieme.

Clara Bocchino: Io mi ritengo un’attrice in senso stretto. La formazione per Putéca è nata come ricambio di un dono. Ci siamo ritrovati ad avere una piccola casa, un nostro rifugio creativo che abbiamo ricevuto in dono. Ci siamo domandati come potevamo ricambiare il dono, così abbiamo deciso di donare un po’ della nostra esperienza al quartiere. Abbiamo aperto un laboratorio gratuito di teatro. Da ciò è cominciata la nostra esperienza di formazione che si sta sempre di più ampliando e da subito, poco dopo abbiamo coinvolto Raimonda Maraviglia (attrice e acting coach napoletana di Cantieri Stupore ndr.) che è la nostra referente didattica. Lei è a tutti gli effetti nella formazione Putéca.
Questo perché anche se siamo in sei, ci piace definirci un arcipelago che si allarga a maestranze e altre personalità che vengono ad arricchire il nostro lavoro. Oltre alla recitazione mi occupo anche dell’organizzazione ed editing.

Emanuele D’Errico: Putéca si divide in tre macroaree: il territorio con i beni confiscati, il Rione Sanità, il vicolo della cultura e i bambini, e tutto ciò che riguarda la rete con le altre associazioni. La formazione con i laboratori a Nisida, nella nostra sede e a breve il laboratorio nel bosco di Portici, e poi il lavoro a Caserta con gli immigrati.
Infine c’è la produzione di spettacoli nostri che rispondono alla nostra poetica che è un po’ la sintesi di queste tre aree.
Ora stiamo lavorando a un progetto che viene dalle storie delle donne del Rione Sanità, da noi intervistate, che incontrano Beckett per un risultato surreale e speriamo di riuscire a realizzare i costumi di scena con il loro aiuto. Quando facciamo formazione impariamo anche un nuovo modo di fare produzione, regia, stare in scena, e di pensare il teatro. Siamo molto influenzati dal territorio.

 

DAD – Dimenticati a Distanza è l’ultimo progetto che vi vede attivi e in contatto con i bambini del Rione. Di che progetto si tratta? Come sta andando?

Umberto Salvato: L’idea mi è venuta dalla suggestione di una bambina che rivalutava questo acronimo, DAD – Dimenticati a Distanza. Cercavamo più cose e come sempre quando cerchi qualcosa ne trovi altre mille. Prima di tutto cercavamo un modo per mantenere un contatto con i nostri bambini, in questo momento in cui è davvero difficile fare formazione abbiamo bisogno di riattivare l’immaginazione dei più piccoli e di tenere sempre vivo il rapporto e, tra virgolette, il contatto con loro. Eravamo in cerca di nuove idee che ci mettessero in contatto con il pubblico e che potessero allargare il discorso sul racconto della nostra compagnia e quindi ci siamo un po’ interrogati su quale fosse il linguaggio migliore e al passo con i tempi, da qui è nata DAD. È stata subito accolta con grande entusiasmo, per noi era un modo per tornare a vivere i bambini, per ritrovarli.
Il format consiste in tre salti mortali, abbiamo un primo dimenticato, i bambini, quelli dei quartieri periferici in cui se non hai certe possibilità è veramente difficile seguire la scuola, dall’altro lato abbiamo un lavoratore dello spettacolo, della cultura, anche lui dimenticato. I due si incontrano in un gesto di altruismo. Si mette da parte la propria condizione di dimenticato e si scrive a un altro dimenticato in un dialogo. È un po’ la conclusione di ogni intervista. Abbiamo cercato profili di persone che potessero raccontare la propria storia, e raccontare quell’incontro in pedagogia. La prima persona che ci ha risposto è stata Sonia Bergamasco.

Il bambino studia la personalità, si confronta con noi, scrive le domande e le sue curiosità. Si fa una selezione delle domande ma il bambino in questo ha potere decisionale. Poi avviene l’incontro, si accende la piattaforma Zoom e avviene la magia. È tutto nelle mani del bambino e della persona intervistata.
L’appuntamento è ogni due settimane, la domenica. L’entusiasmo è ancora più forte quando vedi che le persone si emozionano vedendo quell’atto creativo e ancora di più quando l’interlocutore è così partecipe che artisti vicini lo vedono e chiedono di partecipare. Si crea una reazione a catena. L’originalità è stata quella di unire Teatro e formazione su internet in un modo diverso. La Dad è una cosa oggi insostenibile, e la sofferenza di molti è anche nel dover fare in alcuni casi teatro in streaming perdendo tutta la vita di cui si ha bisogno.

Dario Rea: …infatti questa estate quando non si sapeva se si sarebbero riaperti i teatri, se si ripartiva o meno, dovevamo debuttare con Dall’altra parte, al Napoli Teatro Festival Italia 2020, ci siamo interrogati molto se fare o non fare lo streaming cercando di capire se andasse a ledere l’artisticità del lavoro. Abbiamo anche pensato di far diventare il limite un punto di forza, dando una specificità allo spettacolo.

Emanuele D’Errico: …come dice Dario, il relazionarsi al progetto in questione è importante, questo progetto lo portavamo avanti da tre anni in forma di studio ed era anche in fase avanzata. Ci siamo resi conto che la distanza ci faceva gioco. Dall’altra parte parla di tre gemelli nella pancia della mamma. Nello spettacolo c’è una corda che lega i tre gemelli. Grazie al distanziamento quindi la corda pur rispondendo alla necessità della distanza, era il vero legame (come un cordone ombelicale). In quel caso è stata un’opportunità. Nel caso di Selene, lo spettacolo che avrebbe dovuto debuttare a maggio 2020 al Mercadante (Teatro Stabile di Napoli) quando è iniziata la pandemia stavamo lavorando in uno spazio due metri per due con cinque attori dentro, era proprio l’idea scenica del progetto. In questo caso non sarebbe stato giusto piegarsi allo streaming per quel tipo di lavoro e così abbiamo desistito. Non abbiamo voluto snaturare un progetto che in questo momento storico non può essere fatto.
Credo che il ruolo dell’artista sia quello di interrogarsi sul presente per poi adattarvisi e saperlo anche trasformare. Non pensare di trasportare semplicemente qualcosa su un altro medium.

 

Ispirandoci alla DAD, secondo voi di che cosa ci si dimentica oggi?

Emanuele D’Errico: Mentre da un lato è necessaria la battaglia sui diritti, in tutti i settori, quindi non dimenticarsi di sostenere economicamente gli artisti e tutte quelle categorie che hanno perso il lavoro, dall’altro lato non ci si deve scordare che in qualche modo la crisi è un’opportunità. Soprattutto nel nostro settore ci si dimentica di sfruttare un’occasione come questa.  Questo è un tempo di occasione, il tempo di riscoprire le residenze e la ricerca, di chiuderci nei teatri, senza incontrare il pubblico, per lavorare. Non ha senso puntare il dito su chi non agisce, ha senso puntare il dito alle istituzioni che non intervengono per far sì che ciò accada.
Si dovrebbe garantire che certe cose accadano ma sicuramente deve partire anche da noi che dobbiamo portare avanti la battaglia sia economica che artistica. Il nostro non è solo un lavoro, è un’esigenza personale e per la comunità.

Clara Bocchino: …All’inizio è stato sconvolgente quanto è accaduto per tutti e questo si può capire, però dopo c’è stato il tempo di re-immaginare un’impostazione diversa.
Per noi è molto stimolante, rispetto a questi discorsi, il rapporto che stiamo avendo con C.RE.S.CO – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, di cui siamo promotori, che durante i tavoli dà la possibilità di ragionare e stimolare il pensiero.

Si è un po’ perso il concetto di creazione e di arte, da quando è arrivata la pandemia abbiamo pensato tutti alla questione economica.

Emanuele D’Errico: …ovviamente ci sono anche degli spazi, dei teatri in Italia che si sono preoccupati di dare lavoro o di cercare delle alternative, provando a sfruttare questo tempo. C’è chi nel proprio piccolo ha provato a fare una rivoluzione.

…le migliori rivoluzioni si sono fatte senza Stato…

Emanuele D’Errico: …assolutamente, ai piani alti c’è chi non conosce le esigenze vere, reali dell’arte, della ricerca, si conoscono solo i numeri. Deve partire da noi ma a volte gli stessi artisti se ne dimenticano.

Dario Rea: Questo è uno dei motivi per cui la maggior parte delle cose che facciamo nei nostri spazi è gratuita. Non percepiamo soldi. Adesso dopo tre anni di lavoro siamo alla ricerca di fondi.

Umberto Salvato: …stiamo dimenticando in verità che cosa sia il vero scambio…

Emanuele D’Errico: …nel nostro settore manca un po’ l’idea di farsi forza vicendevolmente e ciò è dovuto anche e purtroppo alla situazione di stallo in cui ci troviamo. È anche una questione di sopravvivenza. Però il barlume di speranza lo vedo nelle nuove generazioni, compresa la nostra. Noi siamo un piccolo seme ma ci sono altre realtà con cui siamo in dialogo.

 

Che rete state creando? Che dialogo avete con l’esterno?

 Emanuele D’Errico: Siamo in dialogo con altri artisti e compagnie del nostro territorio con cui speriamo di mettere in piedi un coordinamento di giovani e meno giovani; gruppi e realtà che in qualche modo, facendo appunto comunità, possano fare una battaglia. Fare squadra diventa fondamentale ed è quello che ci insegna il Teatro. In questo periodo vedo un bel movimento a Napoli e in Campania. 

 

Restiamo a Napoli, secondo te c’è un’attenzione dall’esterno verso le realtà teatrali, le giovani compagnie e il teatro da parte delle istituzioni? Da parte della città verso i giovani?

Emanuele D’Errico: Questo assolutamente no, la mia speranza si basa su quanto vedo tra di noi, l’ascolto che c’è tra noi giovani, tra le compagnie. Però non vedo una risposta dall’esterno.

Dario Rea: Le compagnie napoletane spaccano. Se vedi i premi teatrali in corso, per esempio INBOX, circa cinque tra i finalisti sono napoletani, anche nel premio Dante Cappelletti, Fantasio e il premio Leo De Berardinis del Mercadante.  Sono piccole cose ma a Napoli in questo momento c’è un grandissimo fermento.  Noi siamo in comunicazione con gli assessori alla Regione, scriviamo mail in continuazione, non ci hanno mai risposto.

Umberto Salvato: … è più facile che ti risponda il Nobel per la pace che la Regione Campania.

Clara Bocchino: Noi ci abbiamo provato per altre vie ma non abbiamo avuto neanche un accenno.

Emanuele D’Errico: Ti basti pensare che sono tre anni che siamo qui e non abbiamo ancora avuto fondi. Noi siamo solo un esempio, non siamo gli unici. Come noi ci sono centinaia di realtà nel sociale che fanno tanto per il territorio, per i bambini, per i giovani e non vengono mai sostenute. Uno Stato intelligente secondo noi sa vedere dove risiede la Rivoluzione positiva e può favorirla.

 

Nello specifico, secondo voi perché questa cosa non avviene? Cosa gli interessa di più? Forse allo stato interessa far girare l’economia in altro modo?

Umberto Salvato: Sicuramente tutti noi ci auguriamo che l’Italia non sia davvero un paese per vecchi ma c’è senz’altro una verità in questo.

Dario Rea: La cultura non trova ancora spazio e non ha il valore che dovrebbe avere. Nessuno è mai venuto in un posto del genere per capire cosa vuol dire fare teatro, che vuol dire lo scambio che avviene qui con i bambini. Perché forse se vedessero come si lavora con i bambini di un quartiere del genere, con i rifugiati, con gli immigrati con i carcerati comprenderebbero che si parla di strumenti per vivere meglio, in maniera sana.

Clara Bocchino: Da sempre secondo me l’Italia è un paese che non rischia in nessun campo e se lo fa è per una particolare necessità storica, politica, sociale ma da sempre rischia con il paracadute.

Emanuele D’Errico: Il problema è anche legato a cose collaterali, la domanda, l’educazione del pubblico. Perché alcuni spettacoli riempiono il teatro e altri no? Perché c’è un certo tipo di richiesta e la richiesta va formata non a 60 anni ma fin dalla tenera età. Perché a una certa età quando si è già abituati a certi prodotti si tende a non aprirsi al nuovo ma se fin da piccoli si è abituati all’arte, a un pensiero critico, all’osservazione ecco che la domanda del consumatore cambia.

Umberto Salvato: …Nel teatro c’è sicuramente l’idea di grande celebrazione del passato, siamo grandi celebratori di tutto ciò che è stato però non sappiamo ricordare la parola futuro. Ce ne stiamo dimenticando. È un cane che si morde la coda perché siamo stati noi stessi, tutti i lavoratori dello spettacolo a dimenticarci, del rapporto con il pubblico, allontanandolo dal teatro.

 

Raccontatemi di questo pubblico fuori della porta, i bambini della Sanità:

Marialuisa Bosso: Sicuramente non è facile. Ti faccio un esempio, l’altro giorno ho incontrato la madre di uno dei nostri bambini che appena mi ha vista è esplosa in un pianto dicendo che non riusciva a gestire questa situazione e che noi siamo gli unici che possono aiutarli. Mi chiedeva quando avremmo ricominciato i laboratori.
Come lei altre mamme ci hanno scritto esprimendo continuamente il loro dispiacere e ci dicono che in questo momento siamo la loro forza. Perché i bambini riescono a essere loro stessi e distanziarsi dal posto, da quello che vivono tutti i giorni.
Noi da parte nostra stiamo facendo il possibile per far sì che i bambini ritornino nei nostri spazi perché loro non aspettano altro.
Ilaria, la bambina che ha intervistato Sonia Bergamasco, ci ha detto: Questo è l’unico posto dove posso essere realmente me stessa. È questo il miracolo. Vale a qualcosa.

Teresa Raiano: Negli anni abbiamo visto una reale trasformazione di questi bambini che quando siamo arrivati ci vedevano come diversi, erano dubbiosi. Non ci aspettavamo neppure che arrivasse il primo bambino. Siamo stati testimoni di un cambiamento.

Marialuisa Bosso:
tutto è cominciato con un foglio di carta appeso fuori la porta e con su scritto: lezione di teatro ore 17,00. Arrivata l’ora non si era fatto vivo nessuno, dopo circa mezz’ora arriva il primo bambino e a catena sono arrivati gli altri. Siamo arrivati fino a 25 bambini e abbiamo dovuto dividere i corsi.

Teresa Raiano: … all’inizio noi li andavamo a prendere casa per casa perché la continuità qui non è contemplata. Accadeva che da una settimana all’altra non c’erano più alcuni bambini. Come nella scena del film Io speriamo che me la cavo… era una dimenticanza, oppure una questione di fiducia. Dopo un po’ di mesi poi ce li hanno portati a tutte le ore.

Umberto: …un pezzo del racconto molto importante sull’educazione del pubblico qui è Settembre ro vico. Quel momento è stato un collante. Per loro è stato un momento di festa che ha fatto da collante creando un pubblico in Sanità.

Teresa Raiano: All’inizio ci hanno percepiti come il diverso e proprio con A’ voce ro vico, quello è stato lo step per cui il diverso è stato da loro riconosciuto e accolto e anche noi ci siamo riconosciuti. Lavorare su quello che si ha davanti è stato utile anche per Nisida e per i corsi che abbiamo lì. Ci siamo fermati un momento chiedendoci se fossimo in grado. Poi quando siamo andati lì abbiamo lavorato appunto con quello che avevamo, sullo scambio, ci siamo accorti che non era tanto diverso da quello che avevamo fatto con i bambini. Per questo c’è un riconoscersi.

Clara Bocchino: per ricollegandomi al discorso del rischio, Nisida, nella persona del direttore e del responsabile educatori hanno rischiato. Siamo stati la loro scommessa, una scommessa vinta.

Ci sono molti pregiudizi su questi luoghi che i ragazzi di Putéca stanno fugando.

Dario Rea: tolto tutto lo strato di racconto che si fa al riguardo cosa resta? Restano le persone con la loro storia. Davanti a me ho una persona, che sia un bambino o un carcerato ha il suo bagaglio utile alla sua formazione.
A noi interessano queste storie ma non le vogliamo raccontare…capita che in progetti del genere si vada a strumentalizzare la storia del ragazzo del quartiere disagiato. A noi interessa raccontare un’altra storia che decidiamo insieme. Parte dall’altro e si trasforma, perché davanti a me c’è una persona qui e adesso.

Umberto Salvato: …facciamo una distinzione fra privato e personale, a noi interessa il personale.

Emanuele D’Errico: Per questo vogliamo ripartire e vogliamo farlo ancora più in grande e per questo abbiamo programmato altri due corsi: scenografia sia per bambini che per adolescenti con Rosita Vallefuoco (scenografa di compagnia) e realizzazione costume teatrale con Giuseppe Avallone.

 

I ragazzi di Putéca hanno fatto una campagna social per raccogliere le macchine da cucire che sono state donate dalle persone del quartiere e dintorni e queste saranno usate per cucire i costumi del prossimo spettacolo. Nel prossimo film di Mario Martone, “Qui rido io”, dieci bambini di Putéca sono stati scelti da Martone stesso che ha fatto i provini nella sede della compagnia.  

C’è un futuro per il teatro? Se c’è, come sarà?

Emanuele D’Errico: Il teatro è un’esigenza dell’uomo, non può morire. Non so quale possa essere il futuro del teatro ma ho una speranza, spero che dopo tutta questa distanza, il teatro che è l’unico atto di presenza, di contatto, possa tornare necessaria più di prima. Dopo aver finito tutto il catalogo Netflix, avremo bisogno di altro che non possiamo ottenere restando a casa.

Dario Rea: Io sono un po’ spaventato, credo si stia perdendo il teatro di tradizione che tenderà a esaurirsi, ma spero che si trasformerà. Stiamo andando in una direzione in cui i linguaggi si mischiano sempre di più, verso la performance, verso la contaminazione delle varie forme. Sarebbe anche bello attingere da altro, usando in modo ponderato gli strumenti senza dover fare una ricerca strana fine a se stessa e autoreferenziale. Il teatro non morirà mai finché non avremo paura di guardarci negli occhi. Quando subentrerà la paura forse il teatro morirà.

Clara Bocchino: quando si trova un profondo senso nelle cose che sia ancorato alla realtà, il teatro può continuare. Credo sarà sempre più complicato ma spero nelle nuove avanguardie che abbiano senso con la realtà, magari anche in maniera esplorativa.

Così si chiude il racconto di uno spaccato reale. Questa è la voce dei ragazzi di Putéca Celidònia ed è la voce del Rione Sanità. Come loro vi sono molte altre voci, molti altri volti di una Napoli che resiste.
Il gruppo al termine dell’incontro ci tiene a salutare Anna Ida Cortese, consulente organizzativa del gruppo che da Milano allarga l’arcipelago che è Putéca Celidònia.
Percorro il vicolo a ritroso passeggiando accanto alle edicole votive adattate a mini librerie dove, nel vicolo della cultura, chiunque può prendere un libro e, magari, lasciarne un altro. Io porto con me una bella storia.

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