di Miriam Bocchino

 

Un racconto, attraverso le missive dei suoi protagonisti e la vita dei pazienti nei manicomi.

La storia dei manicomi è complessa e imperniata di sofferenza e dolore.

Le persone ricoverate e rinchiuse nelle strutture psichiatriche, molto spesso, non erano malate bensì semplicemente individui considerati per la società civile un elemento di disturbo, a causa di comportamenti al di fuori della norma.

Il manicomio, dal greco manìa (follia) e comio (curare), per lo stato e per i famigliari, spesso diventava uno strumento in grado di eliminare elementi non voluti.

A consentire ciò fu la legge n.36 del 14 febbraio 1904, dal titolo “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati”. Nello specifico, in uno dei passi della legge, vi era la possibilità per l’autorità locale di pubblica sicurezza di poter disporre il ricovero, presso un manicomio, di qualsiasi individuo, sulla base di due requisiti: una certificazione medica e il presupposto d’urgenza. Ciò condusse molte persone, anche non malate, all’internamento nelle strutture psichiatriche, senza possibilità di “essere voce”.

In particolare una parte dell’art.1 e dell’art. 2 della legge affermava:

  • “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo o non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché’ nei manicomi. Sono compresi sotto questa denominazione, agli effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere. “

 

  • “L’ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai parenti, tutori o protutori, e puo’ esserlo da chiunque altro nello interesse degli infermi e della società. Essa è autorizzata, in via provvisoria, dal pretore sulla presentazione di un certificato medico e di un atto di notorietà, redatti in conformità delle norme stabilite dal Regolamento, ed in via definitiva dal tribunale in Camera di Consiglio sulla istanza del pubblico ministero, in base alla relazione del Direttore del manicomio e dopo un periodo di osservazione che non potrà eccedere in complesso un mese.”

Negli anni del fascismo la legge del 1904 fu ulteriormente novellata, con un incremento del numero dei pazienti.

Le condizioni di vita delle persone rinchiuse, ormai prive di qualsiasi diritto, erano disastrose e le cure ancora più dolorose: l’uso dell’elettroshock divenne una pratica utilizzata per guarire qualsiasi problematica, dagli effetti, tuttavia, devastanti.

Solo con l’avvento della legge Basaglia del 13 maggio 1978 e il conseguente cambiamento culturale e politico, i manicomi furono, gradualmente e definitivamente chiusi, lasciando, tuttavia, molte persone senza una casa e in balia della solitudine.

“I dimenticati” di Roberto Bolognesi racconta, attraverso le lettere fittizie dei suoi protagonisti, le storie di alcuni di questi pazienti, dal loro internamento fino all’uscita dalla struttura, all’alba della legge Basaglia.

“Quando si strappa la vita a un essere vivente esso, quasi sempre, muore. In certi casi riesce comunque a vivere. Trascina ciò che ha di morto con sé. Consapevole o meno del fatto prolunga la vita. Una parziale metamorfosi. Alla maniera di una lumaca trascinerà il suo guscio per sempre, ne farà il rifugio, la casa, l’unica protezione verso eventuali attacchi.”

La narrazione incomincia con la “liberazione” dei personaggi dalla struttura psichiatrica che da anni è divenuta la loro casa. Si trovano, tuttavia, inermi e smarriti; il mondo che hanno lasciato anni addietro non esiste più e in loro rimane soltanto la speranza di trovare uno scopo e un futuro che possa risanare gli anni perduti nel vortice del doloroso mondo della malattia e della pazzia.

I personaggi di Bolognesi, tuttavia, nella fase del ricovero, non appaiono malati e necessitanti di un internamento in un manicomio. Scopriamo, infatti, con l’avanzare delle pagine le motivazioni per cui si trovano relegati nel piccolo mondo fagocitante e doloroso dei centri psichiatrici.

Conosciamo la storia di Ottavia, rinchiusa a causa dei suoi comportamenti considerati dalla famiglia, madre e fratello, troppo libertini. Il suo stato d’animo, al momento del ricovero, viene definito agitato e concitato, e, quindi, non consono al vivere civile. Ottavia nelle sue lettere, spedite dalla struttura psichiatrica, cerca una risposta e un anelito di amore da parte della madre e del fratello Ninuccio.

Le lettere consentono di vivere la sua esperienza attraverso i pensieri e gli scritti di Ottavia, che da persona completa giunge, con il trascorrere degli anni, all’incompiutezza.

Il manicomio l’annulla e cerca di farla giungere al silenzio delle parole e della psiche.

Non solo Ottavia tra le mura del manicomio bensì vi è anche Alberto, giunto nella struttura con l’inganno della moglie Giuseppina, a cui lui affida le sue sofferenze attraverso le lettere, non ricevendo, come Ottavia, alcuna risposta.

Alberto è un maestro, un uomo di cultura, che tenta di trovare una spiegazione e una soluzione al suo internamento ma che non otterrà mai un responso.

Infine scopriamo la storia di Ginetto, un ragazzino discolo e pronto a mettersi spesso nei guai con le sue azioni. Azioni che hanno condotto la madre ad abbandonarlo e ad affidarlo al manicomio. Ginetto per tutta la vita consegnerà le sue parole all’adorata madre, non ricevendo, anch’egli, alcuna risposta.

Appare, con le parole dell’autore, il manicomio come un microcosmo dimenticato e da dimenticare. Nella “cura con l’elettricità” la condizione di essere umani si annulla, divenendo solo parvenza di assenza e dolore.

Nel corso degli anni le lettere di Ottavia, Alberto e Ginetto, ci consentono di comprendere quanto l’esperienza del manicomio sia “angosciante”.

Le loro parole e il desiderio di combattere lentamente scema, facendoli divenire corpi con il timore di essere “pieni”. La vita non esiste più e la speranza è un lusso troppo grande per essere acquistata. I nomi si annullano, le lettere smettono di essere firmate da loro stessi e solo le iniziali ci consentono di comprendere da chi quelle parole vengono emesse.

“I dimenticati” di Roberto Bolognesi è un romanzo scritto con apparente “levità” ma dal contenuto spietato e doloroso.

Le persone, di cui leggiamo le storie e le missive, appaiono cancellate dalla crudeltà della vita e dall’inettitudine di una società che non sa essere ma solo apparire.

Sono persone che tentano di trovare, sul finire del romanzo, nonostante gli anni di internamento, (le lettere vengono scritte dal 1948 al 1976), uno scopo alla loro esistenza trascorsa tra le mura grigie di una prigione e con l’aspirazione a cercare la vita, dietro le finestre della loro solitudine.

“Prendere un mezzo che porti lontano, senza sapere il proprio destino. Perché lei non conosceva nulla della sua nuova vita né qualcuno poteva certo dirglielo. Si trovava nelle condizioni di un neonato con l’unica e tragica differenza che non c’erano braccia ad accoglierla.”

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