di Giorgia Leuratti

 

 

Straripante di oggetti, affollata di cimeli d’ogni sorta; cosi appare la scena di “I diari della guerra” di e con Elena Arvigo, presente dal 30 Ottobre al Teatro Argot Studio di Roma.

Come ombra, la donna si muove nel buio, attraversa gli ambienti avvolti da una luce opaca; la vecchia valigia nasconde fasci di fogli malmessi, stropicciati come il ricordo che li intride.

“Ho riconosciuto la calligrafia, la successione degli eventi, gli spostamenti, le attese, la casa ma non riesco a ricordarmi di me, nell’atto di scriverlo” – innesto per la rievocazione della memoria è il diario scrigno e riflesso di un’attesa, quella di Marguerite Duras, spaesata ed inerme rispetto alle sorti del marito Robert.

Cadenzati e lenti i suoi passi, il ricordo si impossessa di lei che ne rivive le azioni; guarda il telefono, impugna la cornetta, in preda all’angoscia la richiude per poi alzarsi trafelata: ora legge la lista dei nomi, ora avverte la morte di lui batterle “contro le tempie”.

Predisposti ad ascoltare un’immagine della mente, la vediamo farsi gesto nell’intermittenza dei movimenti sulla scena, nell’iterazione di micro convulsioni che accompagnano il monologo, la scansione raggelata della voce: laddove il dolore attecchisce al corpo, diviene altresì meccanismo per l’evocazione di altri corpi nel passaggio dalla sofferenza diffusa della guerra a quell’intimo strazio che sembra avvolgerli tutti.

Ed ecco, un rumore di tacchi, pensieri a voce alta, autocomandi per non impazzire: nel continuo contatto con l’oggetto, nel suo afferrarlo, sfiorarlo, farlo cadere, l’interprete trasla sulla scena il movimento del pensiero, schiacciata dal macigno della guerra, sfiancata dall’angoscia di un destino appannato, il suo personaggio alterna la lettura all’azione, appare ora dentro, ora fuori al racconto.

La storia si dispiega, si fa di colpo universale; è nell’atto di distribuire antiche fotografie di morti, di scomparsi che l’attrice stessa sembra esortare ad uno spostamento dello sguardo: dal particolare all’universale, da Marguerite alle “convulsioni” di un preciso momento storico, il terrore del millenovecentoquarantacinque.