“Geografia di un dolore perfetto”: l’ultimo romanzo di Enrico Galiano

Geografia di un dolore perfetto è il nuovo romanzo di Enrico Galiano, edito da Garzanti. La storia di Pietro e del rapporto con il padre, in un momento particolare della vita.

Descrivere che cos’è e com’è questo libro è impossibile. Ogni ambizione di commentarlo, di giudicarlo in modo univoco è vana perché il significato che porta va oltre la storia, parte dal suo autore e arriva ai lettori in modi diversi. L’indescrivibile trova case sempre diverse nel cuore di chi lo accoglie, abitandolo. Dentro, infatti, ognuno ci può trovare un pezzetto, una traccia, una frase, un momento che sa di sé, che appartiene, senza farlo apposta, alla sua di vita.

Lo definisco, con azzardo, “l’effetto Galiano”: quella sorta di evento particolare, magico di aver provato quasi le stesse sensazioni, di aver pensato, di aver agito in modo simile all’autore. Scoprire questo fatto è qualcosa di inaspettato e sorprendente, accelera il cuore e l’attenzione. L’effetto Galiano fa vivere la propria vita vissuta, tra le sue pagine. Un gioco di parole, anche strano: provarlo è un’esperienza unica, tipica dei suoi libri, uno più bello dell’altro.

Chi, come questo scrittore, aiuta e attiva questo ri-conoscimento tramite le parole e il racconto, letteralmente, cava e prende il cuore dal petto, lo mette tra le mani facendo scoprire dei lati nuovi, che mai sarebbero stati visti o considerati. La scoperta di un tesoro nascosto, che è sempre stato lì. Geografia di un dolore perfetto, il cuore, lo inchioda fino all’ultima riga, in un viaggio che vede due persone al centro, che vede le loro vite riavvolgersi. Finire e nascere allo stesso tempo.

Il protagonista è Pietro e il suo rapporto tormentato con il padre Nando. Due personalità diverse, antitetiche o almeno così sembra all’inizio: Nando abbandona la famiglia quando il piccolo Pietro è solo un bambino, lasciando vuoti da riempire, mancanze, il senso di colpa, la spezzanza.

Il protagonista sperimenta troppo presto un dolore grande, vasto, capace di mettere radici insidiose, perennemente presenti, solide anche nella sua vita da adulto. Nonostante il ritorno del padre anni dopo, Pietro cresce nelle sue consapevolezze, nelle sue ferite accompagnato da una figura significativa, Paco. La versione paterna che Pietro scorge nel suo stesso papà e che nel romanzo viene proposta in una chiave toccante, profondamente riflessiva. Paco è l’Esploratore, ricco di risorse e di attenzioni, di ascolto, volto d’amore comprensivo e presenza nel mondo difficile, spezzato di Pietro.

Lungo il corso della loro esperienza, padre e figlio hanno un rapporto difficoltoso, fatto di chiusure, di incomprensioni, di domande (soprattutto una): non si sentono, vivono lontani, separati, estranei. Fino a quando, dall’ospedale di Tenerife, Pietro riceve un’ultima e disperata chiamata. Parte da lì un viaggio particolare: fatto di ricordi, di rimandi, di dialoghi profondi, pieni di tutto quello che entrambi hanno vissuto, Pietro in primis. Un viaggio a ritroso e in avanti, tra sprazzi d’infanzia, sofferenze presenti e cambiamenti.

È Pietro che narra, che corre nel tempo della memoria e in quello presente, cercando di arrivare in tempo. L’uomo compie questo percorso con una serie di premesse che, nel corso delle vicende, si ribalteranno e subiranno uno “sdoppiamento” inaspettato. Ci sono Paco e Nando allo stesso tempo, racchiusi nelle parole di Pietro, che altri non è che Galiano. Lo scrittore si svela con delicatezza, porta se stesso nei personaggi in una formala che mischia invenzione e verità, sentimenti veri e immedesimazione, paesaggi e musica.

@Yuma Martellanz (pordenonelegge.it)

La sua esperienza personale scaturisce in ogni rimando e in ogni riflessione, ci sono frasi così profonde e vere da rivederci la propria di esistenza. L’abbandono, l’infanzia a metà, l’adolescenza sofferta, l’”essere piscina e non mare”, il desiderio di essere amati e visti, di sentire quell’apprezzamento, quella pacca sulla spalla che sono sinonimo di affetto incondizionato. Ma anche la forza, la chiusura e la paura di chiedere aiuto, di disturbare, l’amore e la sua riscoperta: Galiano ha davvero provato quanto descritto e lo si comprende dall’intensità della sua scrittura, dalla sua capacità di avvicinare il lettore al suo cuore e al suo vissuto.

Geografia di un dolore perfetto diventa, allora, una sorta di grande mappa: seguire il viaggio di Pietro, di Paco e di Nando significa camminare in alcuni passaggi della vita dell’autore stesso ma anche di se stessi. I suoi dubbi, le sue idee prima di attraversare l’impensabile, la consapevolezza e il ritrovarsi possono essere i nostri, possiamo averli vissuti e possiamo dare ad ogni contenuto, ad ogni sentimento una cornice diversa, da quella pensata e già presente. Quella che ci fa dire “l’ho provato anch’io, so cosa significa. È semplicemente vero”.

La mappa guida e porta in luoghi lontani dalla partenza e così è Geografia di un dolore perfetto. Si parte da una situazione per scoprire il senso autentico dell’amore: l’amore generativo, che dà la vita, che fa male, che da uno diventa due, che sa lasciare spazio e, allo stesso tempo, ne toglie. L’amore diventa scoperta e ritrovo, l’amore è, così com’è, con i suoi limiti, le sue imperfezioni, i suoi silenzi. Ma c’è anche un angolo piccolo, nascosto ma ben importante: l’amore che vede la fragilità, l’accoglie, apre gli occhi colmi di dolore e supera l’evento della morte. È l’amore che fa ricordare, che resta dentro e che fa restare (o ritornare), nonostante la morte.

Enrico Galiano descrive benissimo tutto questo sentimento nella sua avventura: lo grida e lo cerca all’inizio, lo soffre, gli toglie il respiro e gli restituisce un padre impensato, desiderato e nuovo, umano, spoglio di tutte le concezioni precedenti. Il padre mai veramente conosciuto.

È dal dolore che si arriva a comprendere questo tipo di amore: soffrire quel dolore perfetto, quella sofferenza addosso che fa toccare il fondo, i limiti, che fa sperimentare la perdita. Si verifica un allontanamento, un’inaccessibilità personale, in una solitudine che spacca dentro. Lì si giunge ad un punto cruciale: solo perdendosi, negli errori e nelle scelte, è possibile trovare la strada giusta. Occorre scendere, guardare e toccare il fondo, conoscerlo, affinché avvenga la svolta.

Galiano sembra dirci che amore e dolore si compenetrano ma sono necessari perché l’esistenza li richiede e niente arriva per caso. E si gioca tutto lì, in questa continua compenetrazione, questo scambio che segna i punti di partenza. Geografia di un dolore perfetto porta l’essenza di un’esperienza intensa, faticosa di un uomo e di suo padre e una chiara considerazione: essere genitori ed essere figli è una scelta, lo è fino alla fine e sta al singolo darne il pieno significato.

Essere figli, in modo particolare, è una scelta, piena d’amore e di dolore, che può essere fatta sino all’ultimo. Tanto Pietro quanto Nando rivelano un mondo nascosto, tardivo che esprime la loro scelta di essere, anche ad un attimo dalla fine.

Essere investiti dall”effetto Galiano” è un’esperienza da sperimentare e che consiglio: proprio lì, tra quelle parole, tra un pensiero e l’altro, è possibile rivedersi, trovare uno spunto mai considerato, una frase che scalda e comprende. “Come fai a essere sicuro di trovarti nel posto giusto, se non ti sei mai davvero perso?” è una delle espressioni che Galiano regala in questo romanzo intenso perché sentito, affrontato, pienamente sofferto e che racchiude la sua grande, rara capacità di narrare il mondo e, soprattutto, se stesso a noi.

“Geografia di un dolore perfetto” – Enrico Galiano

Foto in evidenza: @garzanti.it

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