«Ferdinando», la musica vernacolare di Ruccello al Parioli

Cirillo pigia il pedale della cruda verità sessuale a scapito dell’incantesimo borbonico

«E n’avimmo fatta n’ata, comme dicette chillo ca vuttaje abbascio ‘a mugliera». È la frase d’esordio della baronessa Clotilde Lucanigro, superba protagonista di Ferdinando, capolavoro di Annibale Ruccello del 1985. La battuta, posta al termine della declamazione del rosario, è la cartina di tornasole per chiunque si cimenti nel ruolo di Donna Clotilde. Le litanie lauretane che vengono prima enunciate non sono altro che una recita che la baronessa sostiene quotidianamente insieme con la cugina/governante Gesualda. Dopo la finzione liturgica riprende la vita e si riabbraccia la realtà. Ma le due donne agiscono su un palcoscenico, dove anche la realtà corrisponde a una finzione, e doppiamente finta, quindi, è la malattia della baronessa, ed ecco perché quella battuta è la chiave di volta del personaggio. La locuzione diventa il trampolino sul quale trovare il giusto slancio altalenante per affrontare uno spartito drammaturgico tra i più complessi e raffinati del secondo Novecento.

Ferdinando è un estratto di sonorità storiche, di suoni lessicali, di musica vernacolare, pertanto, è un testo per maestrie attoriali più che per finezze di regia. Questa critica, infatti, si vuol concentrare più sulla recitazione che sulla messa in scena che pure rispetta alcune indicazioni di base dell’autore. Il ruolo di Donna Clotilde comprende una vasta gamma strumentale: non è la semplice partitura per sola voce, ma è quella di un’intera orchestra, e ogni strumento deve suonare le sue note con i pianissimi e i fortissimi, i lenti e gli andanti. È la protagonista assoluta dell’opera di Ruccello ed è lei che, soprattutto nel primo atto, dal suo letto, dirige e detta i tempi agli altri. E non solo: il linguaggio colto e colorito di Donna Clotilde dovrebbe mantenere lo spettatore continuamente sospeso tra la simulazione di una recita e la verità di un incantesimo borbonico. La baronessa di Sabrina Scuccimarra, con quella battuta iniziale, ha innestato una marcia che l’ha spinta a una progressione velocissima e a un coinvolgimento emotivo inarrestabile, creando un notevole squilibrio con gli altri due personaggi, soprattutto con il Don Catello di Arturo Cirillo. Anch’egli, poco evocativo e più pragmatico; soltanto quando si cita Masillo Reppone si avverte in lui il senso dell’incantesimo suggerito da Ruccello.

Anna Rita Vitolo (Donna Gesualda) e Arturo Cirillo (Don Catello) © foto Tommaso Le Pera

Cirillo, regista dello spettacolo in scena al Teatro Parioli fino a domenica 5, ha avuto anche l’audacia di tagliare qualche battuta di troppo al suo parroco, così da annullare ogni possibile contrasto scenico alla baronessa: se da un lato la scelta potrebbe essere finalizzata per ridurre i tempi dei due atti in uno soltanto, dall’altro ha reso il suo personaggio umanamente più arido e anche meno prete, più sfacciatamente «sporcaccione» e meno subdolo. È il corpo lessicale di Don Catello che viene meno nell’arco completo del dramma, a vantaggio di un altro corpo abbastanza corrotto e più lascivo. La conferma di questo squilibrio arriva con decisione nella seconda parte, quando Donna Clotilde non è più moribonda nel letto, e cede lo scettro della scena a Donna Gesualda, magnificamente interpretata da Anna Rita Vitolo. Il personaggio della zitella, colei che è definita più volte ‘a figlia ‘e zoccola, all’inizio succube e dimessa, all’improvviso restituisce al testo quei ritmi, quel linguaggio, quel barocchismo, quelle violenze e quelle dolcezze fonetiche e letterarie, che sembravano mancare. Anche nei momenti più aspri il linguaggio di Gesualda rispetta lo spartito dell’autore, con i suoi tempi, le sue andature, i suoi respiri, e anche le sue ipocrisie, anzi – grazie a queste – riesce a isolare bene il controcanto volontariamente stonato del giovane Ferdinando (Riccardo Ciccarelli, un po’ troppo moderno sia nel dialetto che nelle movenze), traditore del trono spagnolo, rampollo della prima famiglia partenopea fedele ai Savoia. E che per fortuna nun se chiammava manco Ferdinando!

Nell’inciso tra parentesi, non a caso, ho scritto dialetto, mentre prima parlavo di linguaggio. La scrittura di Ruccello, infatti, è attenta a certe sfumature e predilige sempre la forma verbale al contesto «oltraggioso» della sessualità, un tema che in questa edizione, invece, è trattato senza alcun filtro ironico, in maniera molto più diretta ed eloquente. Domanda: siccome oltraggio e sacrilegio oggi non fanno più scandalo, e ogni perversione è già pubblicata sul web a disposizione di tutti, perché spingere sul pedale della cruda verità sessuale, anche quando si potrebbe finalmente riassaporare un più raro e raffinato barocchismo d’antan? La baronessa Lucanigro certamente darebbe la colpa ai Savoia!

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Ferdinando, di Annibale Ruccello, con Sabrina Scuccimarra (Donna Clotilde), Anna Rita Vitolo (Donna Gesualda), Arturo Cirillo (Don Catello), Riccardo Ciccarelli (Ferdinando). Scene, Dario Gessati; costumi, Gianluca Falaschi; musiche, Francesco De Melis; luci, Paolo Manti; regia, Arturo Cirillo. Teatro Parioli, fino al 5 novembre

Foto di copertina: Sabrina Scuccimarra e Riccardo Ciccarelli in «Ferdinando» di Annibale Ruccello, per la regia di Arturo Cirillo

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Elena Salvati

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