Falstaff in wonderland

I colori del pop scaldano con Falstaff per la regia di Carniti la scena del Globe, nella sua personalissima interpretazione della celebre commedia shakespeariana.

Una stagione estiva ricca di appuntamenti teatrali e non solo ha invaso quest’anno più che mai la città di Roma, tanto che i giorni non sembrano più bastare per seguire adeguatamente tutte le offerte culturali che ci vengono proposte. E nondimeno il Globe Theatre continua nella sua programmazione, cercando di portare avanti l’ormai lunga tradizione, che ne ha contraddistinto lo stile, dedicandosi in maniera quasi esclusiva alle messe in scena del più celebre autore teatrale di tutti i tempi.

Anche in questo “Falstaff e le allegre comari di Windsor” non si può certo dire che la fedeltà testuale non sia potente, ma non senza una marcata venatura postmoderna. Una rigidità testuale, per certi versi eccessiva, che avrebbe forse richiesto un lavoro di dramatug, così da giovare alla resa complessiva dello spettacolo, snellendone alcuni passaggi, anche solo dal punto di vista della durata.

In ogni caso, grazie a questa scelta di fedeltà drammaturgica, diventa possibile registicamente l’irruzione all’interno della scena di costumi, immagini e richiami espliciti al contemporaneo. Le scene (Fabiana Di Marco) per lo più essenziali sono accompagnate da costumi vistossimi (Gianluca Sbicca), abbinati ad acconciature d’epoca e accessori all’ultima moda, che si pongono in piena continuità con l’interpretazione attoriale.

Fin da subito si comprende, infatti, la volontà da parte di Carniti di creare dei ponti inter-testuali con le vicende del contemporaneo, attraverso l’inserimento, ad esempio, dei bauli, in quanto richiamo alla protesta dei lavoratori dello spettacolo, iniziata lo scorso anno proprio dal Globe e culminata nella manifestazione e nel flash mob virale che ha animato piazza del Popolo nella primavera del 2021.

E nondimeno, ispirazione dominante sulla scena, che prevale non solo grazie alla foggia esteriore dei vestiti, bensì soprattutto grazie allo stile che contraddistingue l’interpretazione attoriale, rimane il favoloso e trasognato mondo di Lewis Carroll. A concretizzarsi sulla scena è un’intertestaulità, che lavora a cavallo tra letteratura, cinema e musica.

Il femminile ha un ruolo del tutto particolare in questo senso, divenendo contraltare della ridicolizzazione del maschile, mediante, prima di tutto – anche se non in senso assoluto – la figura di Falstaff. E qui il passaggio più delicato, perché è nel sofisticato meccanismo del rovesciamento grottesco richiesto dall’autore, che nella regia di Carniti si mostrano tutti i punti di forza, ma anche, per certi versi, quelli di debolezza. Innanzitutto, la codificazione del femminile nelle due Madames Page (Loredana Piedimonte) e Ford (Antonella Civale) è tutta giocata su registri parossistici. Cosicché le due comari finiscono per essere continuamente in lotta tra la dimensione del frivolo e l’urgenza di denuncia della propria forza davanti al maschile.

In fondo, l’astuzia del femminile è tutta qui, in quella straordinaria rassegnazione di fronte alla propria marginalità pubblica, che nel privato riacquista il suo spazio. E nondimeno, in questa messa in scena questo meccanismo, pur essendo presente, rimane sullo sfondo, confinato nell’alveo di una leggerezza, che a ben guardare non costituisce mai l’elemento trainante della drammaturgia shakespeariana. Perché risolutivo, in ogni lettura del grande autore, può essere solo il riconoscimento di una tensione perenne tra dimensione pubblica e privata, in quanto via d’accesso privilegiata al rovesciamento comico e grottesco.

Altro elemento, peraltro tipico della cifra di Carniti, è quello di giocare con le convenzioni legate al genere, tanto che non può non essere apprezzato l’utilizzo del corpo e della vocalità sia da parte del femmineo e melodrammatico Robin (Dario Guidi) che di Madame Quickly (Patrizio Cigliano), che alla fine della commedia finisce per ergersi a sacerdote postmoderno del rito sacrificale di Falstaff, che, in un tripudio di colori, musiche (senza dubbio degno di nota il lavoro di Mario Incudine) e coreografie diviene vero e proprio capro espiatorio.

I grandi critici della letteratura del secolo scorso ci hanno insegnato proprio questo, ovvero che il comico può derivare soltanto dal rovesciamento di un quadro stabile e tradizionale, incancrenito e ridicolizzato da chi decide – in una chiave comunitaria e popolare – di prendersene gioco, di superarlo, rovesciarlo per l’appunto. Falstaff è quindi emblema di ciò, un gigante rabelesiano goffo e tronfio, attraversato da una sessualità ridicola e decisamente ingenua, che viene ben espressa dal corpo a tratti stanco, ma anche irruento, di Antonino Iuorio.

Falstaff e le allegre comari di Windsor – dal 24 giugno al 10 luglio al Globe Theatre di Roma

di William Shakespeare
regia Marco Carniti
traduzione e adattamento Marco Carniti
musiche Mario Incudine
aiuto regia Maria Stella Taccone, Francesco Lonano
assistente alla regia Ilaria Diotallevi
costumi Gianluca Sbicca
scene Fabiana Di Marco

CAST
Slender Tommaso Cardarelli
Madame Quickly Patrizio Cigliano
Madame Ford Antonella Civale
Nym Roberto Fazioli
Master Ford Gianluigi Fogacci
Fenton Sebastian Gimelli Morosini
Robin Dario Guidi
Falstaff Antonino Iuorio
Giudice Shallow Roberto Mantovani
Anna Page Valentina Marziali
Evans Gigi Palla
Madame Page Loredana Piedimonte
Pistol Raffaele Proietti
Master Page Mauro Santopietro
Bardolfo Alessio Sardelli
Simplicio Federico Tolardo
Arpa Dario Guidi