di Giulia Pernaselci

 

Il mese di maggio è cominciato con “Emancip(H)ate” in diretta streaming per 24 ore sul canale Youtube del “Teatro al femminile”. La compagnia, nata nel 2017 a Torino, opera in Italia ed è composta da  Sara Morassut, Jessica Di Bernardi, Lorenza Sacchetto, Giulia Capuzzimato,  Sabrina Biagioli e Virginia Risso, anche autrice e regista della pièce teatrale.

La commedia affronta il gender gap, contestualizzandolo attraverso un fil rouge che lega vicende stereotipate moderne a ostiche consuetudini passate, animate da un linguaggio ironico. Da donna si possono cogliere immediatamente frangenti di momenti già vissuti nella quotidianità; peccato non siano déjà vu ma concrete esperienze ricorrenti. Tuttavia, a prescindere dal sesso, l’importante è non rimanerne spettatori passivi.

Si alternano sagaci siparietti, portavoce di uno spettacolo che non ci si vorrebbe mai trovare a vedere. Perché privo di una trama entusiasmante? No, affatto, ma poiché gran parte della finzione portata in scena attinge dalla realtà, che è scoraggiante e terribilmente ripetitiva quando si tratta di discriminazioni

Inizialmente sul palco prende atto una rivisitazione di un talent show. Le attrici, tremendamente brave, hanno i volti dipinti da clown e interpretano delle ragazze che tentano di farsi strada per realizzarsi professionalmente. Quella che doveva essere la ricerca di una possibilità di carriera si trasforma un’imbarazzante chiacchierata fra loro e la giuria. Assenti domande mirate e opportune, molteplici le richieste bizzarre relative alla fisicità e alla vita privata.

Solitamente a intervallare un programma televisivo ci sono le pubblicità, anche stavolta ne vengono enfatizzati i messaggi allusivi completamente fuori luogo; le figure femminili, spiacevolmente svilite, sembrano diventare esse stesse il prodotto da acquistare mentre le funzionalità di quest’ultimo passano totalmente in secondo piano.

A seguire viene posta l’attenzione su delle esplicative traversie storiche determinanti traguardi giudiziari, la legge 194 sull’aborto e lo sviluppo di un processo per stupro del 1978. I racconti, accompagnati da discorsi retorici, lasciano l’amaro in bocca, invece che legittimare forme di rispetto.

Lo scenario delle rappresentazioni è un circo. Solo nell’istante in cui le luci si spengono, sul finale, diviene evidente che il tendone non è ancora stato smantellato definitivamente: tutt’oggi le manifestazioni d’odio mettono a dura prova l’emancipazione.

 

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