Diario Performativo di Alessandra Cristiani: indagine dentro la materia della composizione

La possibilità di rintracciare le forze attraverso l’oggetto primario del corpo, l’imprescindibile questione legata al suo linguaggio, diviene il fil rouge sul quale si articola Diario Performativo di Alessandra Cristiani presentato al Teatro India di Roma lo scorso 13 dicembre.

Tappa fondamentale della sua Trilogia, La questione del linguaggio corporeo e l’arte di A. Mendieta, C. Cahun, S. Moon, l’evento si fa tempo per attraversare con rinnovato sguardo la traiettoria del suo lavoro artistico, per ripercorrerne le direttive, approfondirne i materiali e le indagini.

Il corpo in una dimensione più grande: il riferimento di Ana Mendieta

Punto d’esordio per una visione artistica che situa il corpo nella macro-dimensione della Natura, è l’approccio operato dall’artista cubana Ana Mendieta, permeato dall’idea di connessione e di riconnessione fra corpo e terra.

Nelle Siluetas , Mendieta instaura il legame fra la propria corporeità come un’estensione della natura e la natura come un’estensione del proprio corpo. Il lavoro di Alessandra Cristiani ne recupera le traccie, predisponendo lo sguardo alla complessa dinamica che attraversa i rapporti tra il contingente corporeo e l’universale-terra.

Traendo spunto dall’affondo percettivo di Masaki Iwana, Cristiani intercetta lo snodo di un lavoro che dal corpo possa giungere alla duttilità delle carni. La corporeità acquisisce la valenza di uno spazio senza lacune collocato nella prospettiva di un dialogo tra interno ed esterno.

Un frammento performativo: il corpo che plasma pieno e il vuoto

Contesto teorico volto all’approfondimento ma anche espressione performativa, l’evento lascia spazio alla performance dell’artista. Spazio d’azione è una tavola bianca quadrangolare, sulla cui estremità destra si intravede il Cuore, installazione di Mirna Manni. Sul margine sinistro, il corpo nudo della performer: affonda le mani in un secchio di vernice rossa, materia sanguigna con cui tinge il seno, poi il ventre, poi il pube, fino a giungere alle estremità del corpo.

Prosegue il silenzio, ma l’artista non è più sola nello spazio. L’incursione della fotografa Samantha Marenzi apre il varco per una nuova dimensione, quella di un corpo che diviene “corpo guardato“, immortalato nella successione di movimenti. L’elemento materico e vermiglio della vernice entra in contatto con la materia corporea, dapprima premuto sul volto, poi lasciato fluire dalla nuca lungo la schiena. Il movimento è cadenzato, lento, proteso all’esplorazione dell’intera superficie: un corpo che indaga. Un corpo che, sottoposto a più sguardi, e cambia attraverso di essi.

Il viaggio del corpo in tre parti

L’intervento della fotografia nello spazio della performance già suggerisce il passaggio da un lavoro propriamente individuale a una ricerca condivisa. Ma lo spazio della dialettica è ulteriormente declinato nell’intervento del musicista Ivan Macera che, ugualmente ispirato alle Siluetas di Mendieta, crea attraverso la scelta delle sonorità, una possibilità di visione in grado di evocare assenza e presenza nello stesso tempo. L’idea dell’impianto sonoro, nata da solchi scavati nel terreno, evoca ora il suono, ora la sua assenza, riuscendo a restituire l’idea di circolarità insita nella natura stessa.

Ancora, ad arricchire la composizione e ad alimentarne il piano multi-espressivo, il contributo di Alberto Canu che, nel corso di differenti perlustrazioni urbane, recupera l’idea dell’albero presente ne “L’albero della vita” di Ana Mendieta, per esplorarne il significato energetico.

Visto da tre differenti prospettive che focalizzano i rami, il tronco, le radici, l’arbusto viene immortalato dallo sguardo del fotografo che ne recupera la dimensione ancestrale.

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