di Miriam Bocchino

 

Days of Being Wild, seconda opera del regista Wong Kar – wai del 1991, ha una poetica complessa ma strutturalmente semplice: un equilibrio che consente di definire il lungometraggio ben riuscito.

Protagonista del film è Yuddy (Leslie Cheung), un giovane apparentemente anaffettivo, tormentato dai fantasmi di un passato a lui sconosciuto che, tuttavia, gli provocano nel presente un profondo tedio della vita.

Yuddy è stato adottato alla nascita e nonostante cerchi in ogni modo, attraverso imposizioni e minacce, di carpire alla madre adottiva informazioni sulla sua famiglia d’origine, nulla riesce a scoprire: questo provoca in lui violenza e noncuranza.

La malinconia di cose non vissute si esterna nelle relazione con le donne: Yuddy è, infatti, un conquistatore incapace di amare.

Su Lizhen (Maggie Cheung) e Mimi (Carina Lau), le due ragazze che il giovane riesce a conquistare e che poi abbandona al loro sentimento, sono le “vittime” inconsapevoli dell’indifferenza emotiva del protagonista.

Su Lizhen e Mimi non riescono a comprendere, e per tale motivo soffrono, che il male di vivere non  può essere curato con l’amore altrui ma solo attraverso l’accettazione e l’aspirazione al “divenire”.

Le uniche donne che apparentemente suscitano in Yuddy delle azioni consapevoli sono la madre adottiva e quella biologica: la prima comprende come il passato sia solo un modo per Yuddy di non vivere il presente, la seconda, pur non divenendo presenza visiva, è la giustificazione fallace dei comportamenti anaffettivi del ragazzo.

“Ho sentito parlare di un uccello senza zampe.

Può solo volare e volare.

Quando si stanca si addormenta nel vento.

Questo uccello può atterrare una volta sola. Nel momento in cui muore.”

La fotografia desaturata rende visivamente manifesto il tedio di un giovane, afflitto dall’immobilità scaturita dalla mancanza di stimoli.

Il tempo scorre lento nel lungometraggio eppure il regista riesce a connaturare ogni momento di tensione narrativa, rappresentando l’esistenza stessa e il suo intrinseco manifestarsi.

La vita, tempestata di drammi e dolori, spesso nelle opere cinematografiche è resa visivamente palese: Wong Kar – wai, al contrario, la implode, rendendo la sofferenza parte dell’esistenza, come fosse lecita.

L’uccello, nella leggenda raccontata nel lungometraggio, trascorre tutta l’intera vita in volo, poggiando le sue ali al suolo solo al momento della morte: l’immagine è la rappresentazione simbolica dell’intera vita umana.

L’uomo, tendenzialmente, trascorre il suo tempo ricercando un senso alla sua identità, attraverso le emozioni e le azioni: Yuddy fa esattamente il contrario.

Il volo del giovane non si compie.

Lo scorrere del tempo è asincrono in Days of Being Wild: non esistono i momenti giusti e le circostanze propizie ma tutto si rivela in telefonate perse, in incontri non avvenuti e in esistenza non vissuta.

Il film è un melodramma sospeso in cui ogni personaggio sembra ricercare una felicità sconosciuta tra le pieghe di un tempo non “divenuto”, in cui Yuddy è semplicemente la manifestazione più imperante.

 

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