di Giorgia Leuratti

 

 

Aprire! Aprire! Aprire!- a gran voce si alza il grido dei musicisti a Piazza di Monte Citorio nella giornata del 25 aprile in occasione della manifestazione ” 25Aprire” organizzata dai musicisti Andrea Pagani, nelle vesti di un direttore d’orchestra, e Fabio Poli.

Non un evento comune ma un flash mob in tre parti orizzontalmente attraversato dall’esortazione e dal coinvolgimento dei partecipanti: presentati come momenti irripetibili di condivisione, spazi aperti all’esternazione dell’arte e del pensiero, i tre momenti si sono articolati secondo una struttura ben definita entro la quale Pagani si predisponeva a suggerire i tempi.

Dapprima “il silenzio” come significante di una riflessione profonda volta a richiamare il mutismo che la chiusura dei luoghi dello spettacolo aveva per lungo tempo imposto, la negazione della parola, della possibilità d’espressione; nel mezzo “il dissenso”articolatosi come libera esecuzione di tutti gli artisti in contemporanea, il cui effetto volutamente chiassoso rappresentava l’estremo mezzo per urlare un disagio condiviso e persistente; infine “l’unisono” come atto corale basato sulla ripetizione in crescendo, poi in diminuendo di uno slogan da parte di tutti.

Chitarre, cembali, tamburi: si avverte il rombo dell’indignazione fra coloro che rivendicano il diritto al lavoro, ne difendono la funzione di strumento per la libertà e la dignità individuale e collettiva.

“Non vogliamo i bonus, elemosina ma vogliamo esprimere l’emozione: quello che abbiamo dentro è un cibo per l’anima delle persone”-  è la cantautrice e chitarrista Francesca De Fazi la prima a prendere la parola facendosi portavoce di un’esigenza condivisa da tutti i presenti e aprendo la strada ad ulteriori interventi degli artisti che ad uno ad uno affermano le loro idee, le loro prospettive, le loro incertezze.

Si esprime invece il pianista e compositore Andrea Pagani rievocando una scena di “The Blues Brothers” e utilizzandola come metafora per deinire una musica che delle volte è più importante di tutto il resto.

Per cinque volte l’esibizione si ripete al punto da assegnare al trittico che la compone una funzione quasi rituale: un evento diverso in cui il canto, il suono, la danza vanno a sostituirsi alla parola, alla protesta e si fanno materia organica di un’iniziativa che nella sua peculiarità espressiva intende far sì che qualcosa cambi.

 

 

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