di Edoardo Vezzi

 

Nino è una di quelle persone che nonostante abbia poco o nulla prova a infondere speranza, anche se per riuscirci disdegna il mondo di oggi per aggrapparsi a una nostalgia del passato che non potrà più rivivere. Con il naso in su, al Teatro Trastevere fino al 20 febbraio, è il racconto di una vita, quella di Nino.

“Con il naso in su” è un punto di vista

In un angolo di strada, in mezzo al mucchio di coperte e provviste, vive il clochard protagonista dello spettacolo diretto da Antonio Grosso. Accompagnato dall’elegante e coinvolgente violoncello di Laura Benvenga, Nino (Andrea Zanacchi) si ritrova con il piccolo Marco, con il quale si apre piano piano per ricordare i momenti felici della sua giovinezza.

Il racconto è molto personale ma allo stesso tempo generazionale. Gli anni ’80 e ’90, una madre iperprotettiva, un fratello più grande che guardava con occhi di ammirazione. Gli ingredienti di una famiglia tradizionale del sud, come la sua per l’appunto, che trascorreva la propria esistenza negli attimi e nei momenti sfuggenti. La vita era così, doveva essere presa per quello che era. Ognuno riusciva a farsi forza con la compagnia dei propri idoli, ma anche dei propri familiari.

C’era il nonno del nord (“non sono razzista ma…”), lo zio che “la mattina si alzava presto perché poi doveva faticare”, un padre innamorato “del Freddie” (Mercury) e “del Massimo” (Troisi). Un quadro pittoresco ma realista di una parte della nazione, che viveva e vive, le proprie contraddizioni con presa di coscienza.

Insieme ai siparietti divertenti, però, c’è un racconto profondo, un legame che Nino, nonostante viva senza niente e alla giornata, riesce a trovare col piccolo Marco. È un’amicizia inaspettata, messa in pericolo da un individuo losco, conoscente del giovane. Lo spettacolo prende una piega sempre più drammatica, conscio del fatto che, però, la speranza è sempre viva.

Il personaggio di Nino, interpretato da un bravissimo Zanacchi, è un ritratto semplice ma convincente. Non è per forza qualcuno in particolare, rispecchia quell’individuo sincero, un po’ sprovveduto ma consapevole dei propri mezzi, figlio di quegli anni e di una cultura difficile da sradicare. Abbandonato dalla vita, finito a suonare – e pure male – uno sgangherato sassofono, vede nel giovane amico una figura pura e innocente, con cui confidarsi senza avere paura di essere giudicato.

Nostalgia e retorica del passato non sono la stessa cosa

La nostalgia è un tasto dolente, tocca le corde giuste, soprattutto di chi ha vissuto quel passato ma anche di chi lo sogna o lo vive attraverso i libri, i film e la musica. La dose giusta rievoca dei ricordi, delle sensazioni, che creano tra spettatore e palco un legame per quei minuti in cui si è seduti sulle poltrone. Meno funzionale è la retorica del “ai tempi miei era tutta campagna” e “si stava meglio prima”, di cui Nino è fiero portatore. Punzecchia la gioventù attaccata ai telefoni e ai computer ma è arrivato il momento di dire che la pesantezza delle persone che si aggrappano faticosamente a questa immagine è troppo grande. È un dipinto veritiero della narrazione comune dei figli degli ultimi decenni del secondo millennio, dove la retorica smielata si mescola al consiglio non richiesto.

“Con il naso in su” è un racconto del reale. È divertente, sincero e coinvolgente. E tra i vari spunti di riflessione ce ne è uno forse non sperato (o richiesto): basta con la contrapposizione passato/presente e con i toni accusatori verso i giovani!

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