di Andrea Cavazzini

 

Marlène Dietrich archetipo della” femme fatale”, iconica, sensuale, sofisticata e soprattutto una  donna libera dal carisma magnetico, una bellezza il cui stile e l’inebriante attrattiva sessuale hanno resistito nel corso dei secoli. Ripetutamente corteggiata dal III Reich, si guardò bene da assecondarne le pressanti lusinghe per riportarla in patria, con il solo intento di strumentalizzare politicamente la sua fama, cosa che mandò su tutte le furie Hitler quando scopri che Marlène prese la cittadinanza americana e addirittura si prestò ad intrattenere le truppe americane al fronte. Lei dettò alcune condizioni a cominciare dalla scelta dei collaboratori sapendo che non sarebbero state mai accettate dal regime e alla fine scelse l’America che molti anni dopo gli conferì il prestigioso riconoscimento della Medaglia della Libertà.

Sogno proibito di tanti uomini (ma anche donne), preferiva sedurre più che essere sedotta e non abbandonò mai il suo unico marito, il produttore austriaco naturalizzato americano Rudolf Sieber dal quale ebbe una figlia, Maria Riva. Un palmarès di amanti, che si guardava bene dal nascondere, nel mondo del jet set che andava da Gary Cooper a James Stewart, da John Wayne a Jean Gabin, ma anche Errol Flynn, Yul Brinner e il donnaiolo per eccellenza Frank Sinatra. Non sfuggi al suo fascino neanche il presidente John Kennedy. Anche le donne non sfuggirono a questa vera e propria mantide, una per tutte: Greta Garbo. Ma la sua non era bramosia di sesso, non contava per lei il lato fisico, per lei contava solo il potere.

Nata in un quartiere di Berlino il 27 dicembre del 1901 da una famiglia benestante, fu allevata con rigore dal padre, tenente della polizia imperiale prussiana che le trasmise forza e un carattere tale da renderla impermeabile a qualsiasi debolezza, crudele in modo imbarazzante con il suo temperamento algido . Costantemente attratta dall’arte iniziò con il canto prima di diventare un’attrice di livello internazionale. Tutto iniziò grazie a Max Reinhardt regista teatrale e drammaturgo fondatore del Kleines Theatre di Berlino, dove la futura interprete di “Lili Marleen” iniziò a studiare recitazione. Ma fu grazie a “L’Angelo azzurro” che la Dietrich rivelò tutto il suo talento, un ruolo nato per caso dopo essere stata notata dal regista austro-americano Josef von Sternberg  in un teatro di Berlino rimanendone subito affascinato,  un ruolo che la proiettò nel firmamento del grande cinema internazionale, contesa da cineasti e produttori che le offrirono subito un ruolo da protagonista in “Marocco” al fianco di Gary Copper che diventò poi uno dei suoi amanti. Sempre con la regia di von Stenberg  il regista con il quale lavorò più a lungo, fu la protagonista di “Disonorata”,  “Shangai Expess” e  “Venere bionda” insieme a Cary Grant. Tanti i film oltre una cinquantina alcuni dei quali con alla macchina da presa grandi registi come René Claire (L’ammaliatrice), Hitchcock (Paura in palcoscenico), Billy Wilder (Scandalo internazionale), Fritz Lang (Rancho Notorius), Michael Anderson (Il giro del mondo in ottanta giorni), fino all’ultimo “Gigolò”, diretto da David Hemmings( i vecchi cinefili lo ricorderanno nel ruolo del musicista in Profondo Rosso), che la diresse insieme al Duca bianco, David Bowie e con  Kim Novak, Curd Jurgens e una giovanissima Sydne Rome nel 1978.

Marlène rimarrà sempre l’immagine perfetta della femme fatale: misteriosa, indomita, un vero mastino che arrivò a ripudiare la sorella quando scoprì che gestiva un cinema frequentato da ufficiali nazisti distaccati presso il campo di campo di concentramento di Belsen (lo stesso dove fu detenuta Anna Frank). Persa nell’irreale nuvola di fumo delle sue sigarette, seguita da tutti quegli uomini che per un attimo soltanto si sono ritrovati davanti a lei come bambini indifesi davanti a questa donna simbolo di eleganza, fascino e sensualità mascolina il cui talento ha brillato per 90 anni fino al giorno della sua morte il 6 maggio del 1993 a Parigi.

 

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