Chiesa e storia nel nuovo romanzo di Ettore Farrattini Pojani

“Jago e il cardinale”, due vite e due personalità diverse, intrecciate dalla storia.

Chiesa, Cinquecento, famiglie, clero e popolo: il condensato creato da Ettore Farrattini Pojani trasporta l’immaginazione a quell’epoca, grazie ad un romanzo storico, che ha il sapore intrigante del fascino e del mistero. Il sacro e il profano, mischiati assieme, stuzzicano, da sempre, l’immaginazione e la curiosità. Jago e il cardinale, edito da Armando Curcio Editore, tesse le vite di due personaggi principali, tra loro molto diversi per estrazione sociale, ma capaci di attraversare le loro esistenze insieme, fianco a fianco.

Jacopo Tarentino, da tutti conosciuto come Jago, è figlio di umili contadini nella città di Ameria (l’attuale Amelia). Grazie ad un’innata e rara intelligenza, viene notato e poi preso sotto l’ala protettrice da monsignor Placidio, che lo avvia ad una preparazione personale e professionale determinante. La sua frequenza presso la vita e gli ambienti ecclesiastici gli permetteranno, infatti, di incontrare e conoscere il giovane e carismatico Bartolomeo Farrettino, personaggio chiave attorno a cui ruota l’intero sviluppo delle loro esperienze. Bartolomeo, grazie allo zio vescovo Baldo, riesce in giovanissima età a divenire vescovo avviandosi così ad una carriera e ad un percorso religioso importanti e in salita. Ad essere scelto come suo assistente e segretario è proprio Jago che, con fedeltà, servizio e lealtà affiancherà il “suo” vescovo nei piccoli e grandi eventi delle loro reciproche storie.

Jago e il cardinale è, perciò, il romanzo dedicato a loro, Jago e Bartolomeo. Sono al centro delle tante vicissitudini narrate, storicamente avvenute: il Concilio di Trento, la costruzione della cupola della Basilica di S. Pietro, lo spostamento dell’obelisco di Nerone, la costruzione del palazzo residenziale personale, il susseguirsi di svariati papi e Conclavi, gli incontri con personalità di spicco della loro epoca.

Jago Bartolomeo vivono le loro vicende all’interno della grande Storia, giocando il loro ruolo, in quella Chiesa dissoluta, schiava dei privilegi e del nepotismo, alla mercè dei favori e degli intrighi personali degli ecclesiastici. Tra questi, i matrimoni combinati e strategici, figli e nipoti disseminati qua e là, la vendita delle cariche. Il ritratto che ne fa l’autore ha l’obiettivo di far risaltare maggiormente lo spirito autentico dei suoi due protagonisti, che non vengono meno alle loro promesse e al rispetto dei ruoli. Insieme attraversano le difficoltà, dialogano, in costante confronto e supporto. 

Jago si rivela un ottimo assistente, una spalla fondamentale mentre Bartolomeo, il “giusto”, spinto da un forte senso di giustizia e correttezza, partecipa ai fatti, fa la sua parte, scala la gerarchia con l’aspirazione di divenire cardinale e lascia il suo contributo personale e religioso nelle diatribe che si trova a fronteggiare. Il loro rapporto cresce, si fortifica, si nutre delle loro personalità vive e mai stanche.

Ettore Farrattini Pojani

Solo verso la fine si assiste ad un passaggio delicato, un po’ spiazzante (che potrebbe piacere, come no): la spiegazione di un rapporto molto particolare, che vede in mezzo a loro Remigio, lo stalliere del vescovo. Non si tratta solo di amicizia e servizio, tra Jago e Bartolomeo sussiste un sodalizio lungo tutta una vita, fatto di intesa e di complicità di sentimenti. “Consapevole dei limiti che il suo senso di giustizia gli imponeva e che mai avrebbe infranto, si era trovato su un piatto d’argento la possibilità di soddisfare le esigenze personali di tre esseri umani legati da un complicato e al tempo stesso meraviglioso intreccio di sentimenti.” Ed è su questo intreccio che si sviluppa la forza e la durata di questo stretto rapporto.

Come nel suo libro precedente, Le nove vite di Tito d’Amelia, vincitore di diversi premi e riconoscimenti, anche questa volta Ettore Farrattini Pojani inserisce parte della sua storia familiare e uno studio attento delle dinamiche e dei fatti dell’epoca di riferimento: il cognome è inequivocabile così come l’inserimento di Ameria/Amelia, ma anche la piccola comparsa di un gatto, appunto, già conosciuto in precedenza. Tra i testi c’è una continuità di testimonianza, ricordo, famiglia.

Oltre la storia, l’aspetto interessante che, forse, motiva anche la scrittura, è, infatti, la ripresa da parte di Ettore Farrattini Pojani della propria dinastia, dei propri antenati con l’obiettivo di darne nuova narrazione, senso, nuova collocazione nell’oggi, tra le pagine. Si percepisce la volontà di raccogliere e riportare le proprie radici, parte della propria identità e del proprio ambiente. La narrazione di sé passa anche attraverso il precedente, ciò che è stato, nelle tracce documentate e fisicamente presenti.

Lo stesso scrittore si lascia guidare da quello che sente per inventare la possibile quotidianità, le sensazioni, i luoghi dei personaggi. Lo si potrebbe immaginare intento ad osservare le proprie testimonianze, i busti marmorei, le stanze affrescate per provare a farli parlare, cercando indizi e segni per arrivare a narrarli con le parole scritte. Jago e il cardinale rappresenta il passato storico e biografico dello stesso autore, un omaggio alla storia personale, davvero esistita e avvenuta.

Dalla lettura discorsiva, questo secondo romanzo conferma lo stile di Farrattini Pojani: verosimiglianza, semplicità, concretezza, personalizzazione con una considerazione particolare, sempre accesa verso le proprie origini.

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