di Paola Tiriticco

 

 

C’è un libro francese che nel 2018 ha vinto il Prix Maison de la Presse.

C’è la sua autrice, Valérie Perrin, apprezzata fotografa di scena, che passeggiando vicino alle tombe dei genitori del compagno, Claude Lelouch, si imbatte nel personaggio principale del suo romanzo, che prende vita dalle sensazioni provate camminando tra le tombe.

E poi c’è proprio lei Violette, la protagonista, guardiana di un piccolo cimitero nella Borgogna, donna complessa e con mille sfaccettature.

Il resto l’ha fatto il passa parola, rendendo “Cambiare l’acqua ai fiori”, edizioni e/o, un vero caso editoriale in Francia ed ora anche in Italia.

E’ la stessa autrice a raccontarci della nascita del libro e dei suoi personaggi in un’interessante chiacchierata durante una presentazione per l’Italia, ovviamente in remoto.

Impossibile non analizzare il personaggio di Violette e non essere curiosi di sapere tutto di lei, a partire dal nome che , come spiega l’autrice, richiama un fiore che sembra delicato e fragile ma non lo è affatto. La violetta, infatti, anche se si calpesta non muore, non si strappa, anzi,  subito rialza la corolla.

E’ così anche nel libro, con un linguaggio diretto, breve e preciso, come si trattasse delle pennellate di un dipinto, Valérie Perrin costruisce la storia.

Violette è una  donna molto reale, complessa e multiforme, così la incontriamo già nelle prime pagine del libro quando ancora nulla sappiamo della sua vita, dei suoi amori, dei dolori e degli incontri: “Parlo da sola. Parlo ai morti, ai gatti, alle lucertole, ai fiori, a Dio (non sempre gentilmente). Parlo a me stessa, mi interrogo, mi chiamo, mi faccio coraggio.”

E’ uno di quei personaggi che è facile amare, comprendere, con cui si può entrare immediatamente in empatia, e che è poi molto difficile lasciar andare quando il libro è finito.

La stessa Perrin ha confessato che Violette ha profondamente cambiato la sua vita e non se ne è mai andata, è sempre con lei, al punto che, quando ha ritirato il Prix Maison de la Presse, poteva sentire il suo respiro dietro di lei mentre le sussurrava “ce l’abbiamo fatta!”.

La sua caratteristica è quella di saper tenere i fili della vita e della morte, del sotto e del sopra, e infatti “Cambiare l’acqua ai fiori” è un romanzo vestito da commedia ma con un dentro che a può essere triste, commovente, divertente, proprio come i vestiti della sua protagonista che ama indossare abiti colorati e a fiori sotto e coprirli poi con cappotti neri per rispettare il dolore che la circonda, quello dei defunti e di chi rimane.

Tutti i capitoli iniziano con una frase che ci introduce all’argomento, spesso un epitaffio o la strofa di una canzone, una sorta di fil rouge che attraversa i piani temporali narrati nel romanzo, in una continua commistione tra passato e presente che ci aiuta a comporre il puzzle delle vite dei personaggi.

La mano della fotografa si vede nelle descrizioni vivide, nei dettagli dei colori, nelle sensazioni così ben riportate che rivela l’abitudine a guardare dietro alle apparenze di visi e paesaggi per scavare e trovare la vera essenza .

La felicità ed il dolore, l’amarezza, la malinconia, l’amore, il sesso, l’amicizia, tutto passa attraverso le mani di Violette che ama piantare fiori, occuparsi delle tombe, far nascere la vita anche in un luogo di morte.  Nel suo salotto sa ascoltare  ed accogliere i dolori ed i rimpianti altrui, riuscendo a prestar loro la voce, le parole o i silenzi per esprimersi.

Un libro che si legge tutto d’un fiato e che ci lascia la delicatezza delle riflessioni sulla vita e sulla morte, in un intreccio dove ci scopriamo a pensare che i morti sono più presenti dei vivi e che basta raccontare le loro storie per non farli scomparire, così come recita uno degli epitaffi :”Ogni giorno che passa tesse il filo invisibile del tuo ricordo”.

 

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