di Edoardo Vezzi

 

Kenneth Branagh è nei cinema italiani con due suoi film. Dopo aver parlato di “Assassinio sul Nilo”, ora tocca al più intimo, e sicuramente per lui più importante, “Belfast”.

La Belfast dei Troubles

In questa pellicola semi-autobiografica il regista britannico ritorna bambino, per raccontare uno spaccato di vita e politica turbolento nell’Irlanda del Nord. Siamo nel ’69 nel pieno dei Troubles tra cattolici e protestanti. Difficile oggi pensare ad una Belfast barricata, con i militari e le ronde notturne e il coprifuoco. Quell’estate fu l’inizio di una guerra, poi trasformatasi in una guerra a bassa intensità che durò per trent’anni, fino alla ratifica del Good Friday Agreement.

Nel corso dei tre decenni si registrarono 3.600 morti, tra cui quasi 2.000 civili. Le cause del conflitto hanno radici profonde, a partire dalla guerra di indipendenza irlandese a cavallo tra gli anni ’10 e ’20 del Novecento, conclusasi con la firma del Trattato di pace anglo-irlandese. L’accordo divise l’isola in due parti: lo Stato Libero d’Irlanda (avrebbe sciolto ogni legame formale con Londra solo nel 1949, diventando Repubblica d’Irlanda) che era quasi interamente cattolico, e la più piccola Irlanda del Nord – parte del Regno Unito – che era per lo più protestante con una minoranza cattolica.

Nei successivi decenni, fino allo scoppio dei Troubles, la vita dei cattolici nordirlandesi, in un territorio a maggioranza protestante, non fu facile. Lamentarono discriminazioni da parte del governo protestante e della polizia, ostacolati nell’assegnazione di case popolari e nel trovare lavoro.

Nel conflitto si fronteggiarono gli unionisti, per la maggioranza protestanti e favorevoli alla permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito, e i repubblicani, cattolici e favorevoli invece all’unificazione di Irlanda e Irlanda del Nord. In Irlanda del Nord la maggioranza della popolazione era unionista e protestante, mentre i repubblicani erano una minoranza.

La trama

In questo quadro politico si svolge la trama del film. La storia viene rappresentata attraverso Buddy (Jude Hill), un bambino che nel film ha l’età del regista a quell’epoca. Con un padre (Jamie Dornan) che lavora in Inghilterra e una madre (Caitríona Balfe) travolta dalle preoccupazioni per i soldi che non ci sono, Buddy vive la sua infanzia tra le prime cotte, l’amore per la famiglia e le amicizie problematiche.

In questo scorcio di vita la sua serenità viene improvvisamente sconvolta quando un gruppo di lealisti (o unionisti) protestanti attacca le case e le proprietà dei cattolici che vivono nella sua stessa strada.

La sua famiglia, protestante ma disinteressata al conflitto religioso e politico, è minacciata dai lealisti, che intimano di prendere posizione contro i cattolici. In quei mesi turbolenti, si materializza la possibilità di lasciare Belfast, ma è una decisione difficile che turberà la vita della famiglia di Buddy.

“Belfast” è (troppo) fiabesco

Il film scorre attraverso gli occhi di Buddy. Il mondo è una fiaba e così lo spettacolo che gli si propone davanti. Legato alle avventure fantastiche di guerrieri e di draghi, al cinema della fantascienza, ai fumetti di Thor (guarda un po’ Branagh ha girato proprio Thor del 2011) e alle avventure lunari del ’69, vive l’inizio della guerra con quel distacco inconscio che solo un bambino pieno di sogni può provare.

Se il punto di forza del film è questo, il riuscire a inquadrare quel periodo storico attraverso la memoria di un bambino per fornirne una storia fiabesca, diventa anche il punto debole quando la prospettiva cambia e si assiste a quel periodo dal punto di vista degli adulti. Il distacco non avviene, e la profondità e drammaticità del momento non sono colti. Le interazioni tra i grandi sembrano dei litigi da poco e il pericolo e il rischio che corrono non vengono mostrati con la forza che ci si aspetterebbe.

Un cast importante regala qualità al film. I nonni di Buddy (Judi Dench e Ciarán Hinds) restituiscono momenti drammatici e ironici, riuscendo in quel cambio di passo che il film non è in grado di dare.

Il bianco e nero è pungente e non può non far pensare al bellissimo “Roma” di Cuarón, che narra proprio di una famiglia alle prese con un periodo storico tormentato, basato sulle memorie del regista.

Branagh scrive e dirige un film bello, intimo e probabilmente furbamente lezioso. Lo sguardo fiabesco della fanciullezza avrebbe potuto scontrarsi maggiormente con la realtà di quel periodo, raccontando anche più intensamente la città, da cui il nome del film.

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