Beginning, per cancellare le rispettive solitudini

David Eldridge, drammaturgo inglese, nato nel 1973, sembra prendere spunto per il suo Beginning, che ha debuttato ieri sera in prima nazionale alla Sala Umberto di Roma, dai versi di una famosa canzone di Califano e Bindi presentata al Festival di Sanremo nel 1967: «Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno … cosa non darei per stringerti a me». Naturalmente la considerazione canora non ha nulla di realistico, ma è soltanto una reminiscenza di chi appartiene a una generazione non più giovanissima: eppure la commedia si apre sull’ultimo ospite rimasto a casa di Laura che ha inaugurato il suo nuovo appartamento in una esclusiva zona di Londra; tutti gli altri partecipanti sono andati via, la musica è finita, resta una gran confusione tra bicchieri e bottiglie, tovagliolini e cuscini a terra; lei è distesa sul divano in attesa che lui prenda l’iniziativa, ma malgrado (prima) le suadenti provocazioni di lei e malgrado (poco dopo) le più convincenti esternazioni, sempre da parte di lei, Daniele sembra essere refrattario a ogni richiamo erotico. Cos’altro sarebbe disposta a fare Laura per avere Daniele tra le sue braccia? Parlare per iniziare un rapporto. Ecco, beginning. Cominciare a parlare per cercare di sciogliere la glaciale resistenza che blocca il suo amico. E dialogare potrebbe essere la strada più opportuna per scandagliare l’animo altrui. Occorre, però, imparare a parlare per scoprire le affinità, per abbattere le barriere, per aumentare il volume dei sentimenti: ma tutto questo benessere che le parole potrebbero raggiungere non fa parte del patrimonio né di Laura né di Daniele.

Infatti, la scrittura di Eldridge pecca nell’equilibrio; e non perché solitamente accada il contrario, cioè che sia la donna a resistere alle avances dell’uomo (simili stereotipi, per fortuna, il teatro riesce ancora a frantumarli), ma perché il dialogo tra i protagonisti si basa su argomenti del tutto inconcludenti e non si raggiunge mai una consistenza dialettica. Due persone che si conoscono – che vogliono conoscersi – appena trovano un punto d’incontro, approfondiscono il tema per rivelarsi, per entrar meglio in empatia e poter gettare il seme del sodalizio; se, invece, si lasciano trasportare da un elenco di discorsi vuoti, tipici di quest’epoca intellettualmente sterile, se si lasciano guidare da quello che (da noi in Italia) potrebbe essere considerato il decalogo della signora Boldrini (abbasso il razzismo, bando alle discriminazioni, viva la pace), giustamente i loro animi non avvertiranno mai quella scintilla che farà sbocciare il germoglio della sensualità, né potrà mai cancellare le loro rispettive solitudini. Né, soprattutto, (e questo è ben più grave) si riuscirà a costruire un pretesto letterario per fare appassionare una platea che non si conquista citando le goliardiche follie di una nonnina che scrive post strampalati su Facebook.

A dispetto di questa prosa assai scialba, Francesca Inaudi e Giovanni Scifoni (certamente i migliori dell’intera operazione) formano una coppia apparentemente perfetta, teatralmente perfetta nei ruoli che interpretano. Lei è bella, elegante e spigliata, lui dotato anche di garbo e gentilezza. Entrambi riescono ad essere vicendevolmente teneri, al punto che le loro performance, quelle imposte dal copione, sembrano poco credibili.

C’è un momento, nella regia straripante di colori di Simone Toni, in cui la musica riprende e per un attimo si ha la sensazione che possa accadere finalmente qualcosa, ma alla terza canzone tutto si spegne e si ricomincia daccapo con lei che dice di voler far l’amore e lui che si incanta ad accendere e spegnere un paio di lampadine. E allora, ci si chiede, per quale motivo abbiamo sentito due canzoni? «Un minuto è lungo da morire» – canta ancora Califano in quegli stessi versi – dunque, qual è il senso di quest’attesa? Ahinoi, diventa soltanto un lungo tempo morto. Così come non accade nulla quando i due mangiano un panino (non contemporaneamente, ma prima lei e poi lui): un’altra eternità durante la quale nulla succede.

Solo quando Daniele confessa di essere padre di una bambina che non vede più da anni perché, nella sua condizione di divorziato, la ex moglie glielo impedisce, si intuiscono le paure che lo rendono così freddo nei confronti di Laura, o di una qualsiasi altra donna. Ma pur considerando questo trauma, pur valutandone il peso della delusione, il suo atteggiamento sembra eccessivamente severo. Vien da pensare che dopo un’ora e mezzo di virili omissioni anche la tenacia della più smaniosa concubina, nel cuore della notte, si arrenderebbe. Ma poi si spengono le luci.

E il pubblico della prima applaude.

Beginning di David Eldridge, con Francesca Inaudi e Giovanni Scifoni. Regia di Simone Toni. Sala Umberto, fino al 31 dicembre.

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