di Giorgia Leuratti

 

“La Nature est un temple où de vivants piliers, laissent parfois sortir de confuses paroles; L’homme y passe à travers des forêts de symboles Qui l’observent avec des regards familiars.” – richiamano “Le Corrispondenze” di Charles Baudelaire alla visione di una natura che è tempio parlante, organismo dotato di un linguaggio misterioso e segreto entro il quale l’uomo è però in grado di porsi in taluni casi, come parte dialogante.

E’ dall’idea di questo legame archetipico che sembra strutturarsi la mostra “Arte e Natura. Opere dalle collezioni capitoline di arte contemporanea” a cura di Antonia Arconti, Ileana Pansino e Daniela Vasta, ospitata dal Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese di Roma e facente parte del percorso “Back to Nature 2021”.

Se il poeta francese eleggeva il poeta come l’unico in grado di percepire, pur senza conoscerli, i legami interni a quell’ unità profonda e oscura / vasta come le tenebre o la luce che è la Natura, sono in questa sede le opere di alcuni artisti compresi tra la fine del XX secolo e l’era contemporanea, le diverse manifestazioni di questa opera di “traduzione”.

Si rifà al “tazebao” ovvero al manifesto politico d’origine cinese, “Spazio libero n°1 (1997)” di Alberto Vannetti che alla ripetizione dell’elemento simbolico dell’albero e delle strutture geometriche che ne sono lo sfondo, accosta la scelta di colori vivi dal forte impatto visivo; ricorre invece ad un colore denso, a pennellate pastose evocanti gli elementi floreali di un giardino, Giancarlo Limoni che in “Giardino” (1993-1994) sembra interiorizzare il procedimento pittorico dell’ action painting americana.

Appartiene al filone di ricerca di Marilù Eustachio, “La grande montagna rossa” (1994-1998) risultato di un procedimento che ha origine dall’oggetto reale gradualmente privato dei suoi elementi accessori fino al raggiungimento di una forma essenziale astratta,; si ispira invece alla sensazione heideggeriana di folgorazione e luminosità improvvisa “Lichtung” (1998) di Gianfranco Baruchello, al mondo fiabesco “Alberi” (1998) di Giosetta Fioroni che utilizza la ceramica policroma e si pone come omaggio alla “Natura in senso lato…natura umana, sentimenti”.

Alla sezione “Paesaggi”, ospitata nella prima sala e articolata sulle diverse manifestazioni che segnano la trasformazione dell’idea di paesaggio nel secolo novecentesco, fanno riferimento anche “Li-Jang” (1997) di Isabella Ducrot e “Nidi” (2004) di Sissi entrambi realizzati a partire da peculiari materiali artistici – rispettivamente le stoffe orientali e bombè di rattan- ma evocanti nel primo caso l’idea di un paesaggio lontano, nel secondo quella di nido come forma ancestrale e accogliente nonché come ulteriore simbologia del rapporto che lega l’organismo naturale con il suo involucro.

E’ dedicata invece alle “Prospettive aeree” intese come elaborazioni artistiche della suggestione del cielo, la sala adiacente dove gran parte delle opere esposte richiamano lo la tecnica pittorica “en plain air”.

Suggestivo in questo contesto appare “Parco dei daini” (1999) di Alessandra Giovannoni, trittico che utilizza la pittura ad olio per la realizzazione di un paesaggio dai colori contrastanti dove la figura umana perde il suo ruolo centrale per divenire parte della totalità naturale che lo circonda.

Si conclude il percorso espositivo al piano superiore, dedicato alla fotografia, dove spiccano- tra le altre- le stampe di Mimmo Jodice: è in “Joseph Breuys, Natale a Gibellina 1,2,3” (1981) che siamo spettatori delle rovine di un paesaggio di macerie, tragico effetto del terremoto di Gibellina del 1968.

E’ al di sopra di esse che l’artista tedesco cammina con fare pensoso, elaborando forse le prime idee che lo avrebbero portato alla progettazione di un nuova Ghibellina a partire dalla consapevolezza di un arte rigenerativa capace di dare sempre nuova vita anche nella rovina.

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