di Sara Formisano

 

Il 2 e il 3 Novembre al Teatro Sannazaro di Napoli la Divina Commedia di Dante si è incontrata con la Commedia dell’Arte nello spettacolo Aldiqualdilà di Dario Menee e Ettore Nigro da un testo di Giovanni Del Prete e Ettore Nigro.

In scena tra i fumi di un aldilà dantesco e le luci soffuse di un Eden immaginifico due maschere della commedia dell’arte, rispettivamente Arlecchino e Pulcinella si incontrano in un cimitero e vedono nella morte una possibilità di salvezza. L’obiettivo è quello di andare nell’aldilà, appunto, e trovare un santo che possa trovargli un posto nell’aldiqua, in un mondo al quale si fa riferimento, non troppo diverso dal nostro attuale in cui sembra che nessuno dei due abbia una collocazione, uno scopo.

Arlecchino per esempio irrompe in scena con una sorta di litania, un lamento, non sa cosa fare, non sa dove andare, si è perso. L’incontro con Pulcinella gli chiarisce un obiettivo, ma prima devono capire come morire.
Sarà l’incontro con Capitano, maschera romana, ex condottiero già morto che li condurrà come novello Virgilio in un viaggio dalle note appunto dantesche. Il percorso procede così dall’Inferno al Paradiso dove i tre personaggi incroceranno la loro strada con Caronte, le anime di Paolo e Francesca quest’ultima si impossesserà del corpo di Arlecchino per cantare il suo dolore e infine di Beatrice che somiglia più a una Eva del Paradiso terrestre, nuda e bellissima, senza volto. Lei è la risposta, lei è l’arte che salva le maschere perdute, perché i tre personaggi si mostrano smarriti, hanno perduto il senso nel mondo appaiono fuori contesto, anacronistici. Il viaggio dei tre verso la salvezza è la ricerca dell’arte perduta, è un omaggio al teatro, alla recitazione all’arte più pura, spoglia di qualsiasi orpello e rappresentata dal corpo nudo della donna senza volto che gli illumina la strada.

 

Pur avendo mescolato due elementi tradizionali della cultura italiana la messa in scena è attuale nella sua essenza poiché osservare le anime erranti dei personaggi della commedia dell’arte, in cerca di un posto ci porta inevitabilmente a riflettere sul ruolo dell’artista negli anni della pandemia e sullo smarrimento che è derivato a seguito della catastrofe.

Infatti anche se collocati precisamente nella storia del teatro e quindi perfettamente riconoscibili (Pulcinella maschera napoletana e Arlecchino maschera veneta con il Capitano che rappresenta il centro con l’accento romano) i personaggi che abbiamo davanti sono in realtà puri, gusci vuoti, maschere nude che possono introiettare altre figure e rappresentare mille volti e situazioni, diventando ogni volta una cosa diversa. Sono come la marionetta teorizzata da  Maeterlink e altri come lui, spersonalizzata ma pronta a personificarsi in qualcos’altro.

Gli attori in scena sono lo stesso Ettore Nigro con Gaetano Franzese, Antonio Vitale e Anna Bocchino. Tra loro vi è equilibrio, sapienza nei movimenti e coesione. L’interazione con la scena e la manipolazione dello spazio scenico sono elementi fondamentali in questa storia dove ogni cosa ha una sua funzione precisa e come in una sorta di baule magico gli oggetti diventano pretesto per giocare, “far finta di essere”, rappresentare, raccontare, fare teatro

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