Affrontare la cosa

“La cosa non finisce qui” è andata in scena al Teatro Trastevere dal 14 al 17 marzo, tra equivoci, risate e lacrime

Le divise militari, i fucili, i tentativi a vuoto di accendere un fuoco con due pezzi di legno, come gli uomini delle caverne. Sul palco del Teatro Trastevere La cosa non finisce qui, in scena fino al 17 marzo, inizia come uno spettacolo di guerra. Una guerra di posizione, fatta di attese, di attenzione ai dettagli. 
In scena sono in quattro; tre soldati semplici (Stefano Annunziato, Cristiano Arsì, Ivano Conte), che forse neanche vorrebbero essere lì, e un uomo che potrebbe essere il loro comandante, Max (Lorenzo Martinelli).

Stefano Annunziato

Sembra quasi un tramite, questo comandante. Mentre gli altri tre sono in scena e basta lui si pone a metà, anche fisicamente, tra i soldati e il pubblico. Noi lo sentiamo e ascoltiamo, i suoi sottoposti no, non sembrano sentire molto di quel che dice. 
Dopotutto sono concentrati sulla loro paura. Qualcosa si muove nell’ombra, oltre ai loro sguardi, e quel qualcosa li terrorizza. La paura assume forme diverse per ognuno di loro. Ragni? Topi? Fantasmi? C’è qualcosa di strano in questi militari armati e vestiti in mimetica, non sembra stiano aspettando l’attacco di un qualche esercito nemico. 

Le discussioni serie sulla loro missione si alternano a discorsi più rilassati sul mondo, sui perché e i come, sui temi del nostro tempo. A cominciare dall’inclusività, dal come parlare di qualcuno con rispetto. Si fa sempre più strada nello spettatore la sensazione che quel campo di battaglia non sia ciò che immaginiamo. Un gioco di equivoci ci porta pian piano allo scoppio vero, e non si tratta né di bombe né di proiettili.  Con indosso i loro pantaloni mimetici i tre amici non sono in guerra per questo o quell’esercito, né combattono come mercenari pronti a vendersi al miglior offerente.  La loro battaglia è intima, interna. 
Pian piano entriamo nella loro guerra, che riguarda il più tragico dei temi, la più dolorosa delle lotte: l’elaborazione del lutto. 

Con un sottile gioco di scambi, di incomprensioni e di non detti che si comprendono battuta dopo battuta il testo di Giacomo Sette, messo in scena grazie alla regia di Carlotta Proietti, racconta il dolore sotto una luce nuova. Ci piomba addosso tutto insieme, il dolore dei tre amici, quando le dighe del cuore si aprono e la sofferenza si fa pianto.  Inaspettato come il lutto che ha segnato le loro vite, che non hanno ancora affrontato perché fa troppo male, perché è difficile, perché nessuno gli ha insegnato come fare.
Il dolore come matassa da sbrogliare, da riorganizzare. Il dolore come partita, quella che stanno giocando al tavolo dove sono sempre stati anche con Max, che era il loro comandante sì, ma in un senso diverso da quello militare, più leggero e affettuoso. 

Se stupire è uno degli scopi del teatro “La cosa non finisce qui” ci riesce magistralmente.  Si ride, si piange, si riflette, in un testo che non è mai quel che semnbra.  Anche il titolo si svela piano piano, man mano che la vita dei tre amici ci viene raccontata. Per loro è quasi una seduta di terapia, il momento di buttare fuori quel che li corrode, che rende difficile finire la partita, chiudere i giochi, impedendo di affrontare quel qualcosa che spaventa e non si vede.  Prende così senso anche il ruolo del narratore/capitano, del suo ruolo a metà tra pubblico e scena, decisamente non casuale. 
Alla fine, come succede quando si sa parlare di dolore, la loro disperazione si fa nostra e le nostre tristezze si fondono con la rappresentazione. Si rimane col cuore sospeso, si corre col pensiero a chi abbiamo amato e perso.  E si coglie la prospettiva dei tre protagonisti, lo sfogo come necessità. 

Lorenzo Martinelli

Se tanti film ci dicono che le anime dei defunti hanno bisogno di pace prima di andare oltre la luce qui ci ricordiamo che anche chi resta ha la necessità di mettere un punto per poter proseguire nel suo cammino. Che non significa né dimenticare né ignorare, ma trovare il modo per andare avanti.

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La cosa non finisce qui – Scritto da Giacomo Sette – Regia di Carlotta Proietti – adattamento e aiuto regia Silvia Parasiliti Collazzo – Con Stefano Annunziato, Cristiano Arsì, Lorenzo Martinelli e Ivano Conte – Teatro Trastevere dal 14 al 17 marzo 2024

Foto di scena: @Agnese Carinci

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