di Raffaella Bonsignori

 

Quando vado a teatro a vedere un’opera che è stata già portata sul grande schermo e con un successo come quello ottenuto da A spasso con Daisy nel 1989, vincitore di quattro premi Oscar, ho sempre paura: le potenzialità di tempi e luoghi del cinema sono così grandi che è difficilissimo riprodurre tutte le sensazioni. In questo caso, però, si tratta di un’opera che nasce per il teatro e per la quale Alfred Uhry ha conquistato anche il Premio Pulitzer per la drammaturgia. E, poi, mi tranquillizzava molto sia la regia di Guglielmo Ferro, figlio dell’immenso Turi e firma prestigiosa di spettacoli teatrali di prosa e operistici, sia il cast, sia l’adattamento di Mario Scaletta. Nessuno di loro ha tradito le mie altissime aspettative. Lo spettacolo è meraviglioso, è un treno di lusso, che porta lo spettatore in una bella storia tra il riso e la commozione.

Atlanta, Georgia. 1948. Tutto ha inizio lì, in quella stessa America che una decina di anni prima ha applaudito il libro e il film Via col Vento, ambientati proprio in Georgia, e che non sembra cambiata molto da quel quadro epico sulla guerra civile di metà Ottocento: la schiavitù è stata abolita, certo, ma i diritti civili degli afroamericani sono ancora frutto di lotta, di contestazione.

Atlanta, Georgia. 1968. Tutto finisce lì. Un delicato affresco familiare lungo vent’anni.

Daisy Werthan, interpretata dalla magistrale Milena Vukotic, è una benestante signora ebrea; suo figlio Boolie, un magnifico, esilarante Maximilian Nisi, è un imprenditore di successo; e Hoke Colburn, che il bravissimo Salvatore Marino fa camminare sempre sulla via di un’umanità profonda, è un vedovo di colore, che viene assunto da Boolie come autista per la madre. Tre vite. Un intreccio apparentemente semplice, che, in realtà, racchiude una storia nella Storia. Dalle vicende private si desumono le pubbliche; nelle vicende private si affonda sotto il peso di concetti universalizzati: l’integrazione razziale, il rapporto tra genitori e figli, la propriocezione falsata della vecchiaia e la mancata accettazione del tempo che passa, l’amicizia che nasce lentamente come una Tuia Occidentale piantata nella terra dei sentimenti. Anche la musica, curata dal Maestro Massimiliano Pace, racconta il cammino della vita e accompagna il dinamismo di ogni singolo quadro.

Ecco, dinamismo è una delle prime parole che mi vengono in mente: ci sono passaggi cadenzati, ritmici, ben congegnati. Non è facile per gli attori: all’interpretazione si aggiunge una sorta di danza collettiva. La stessa automobile richiede un costante movimento per portare il volante in primo piano. Così la spasmodica ricerca dei compiti corretti da parte della Vukotic. Lei di danza se ne intende: è sempre leggiadra, sul palcoscenico vola con grazia sublime. Anche le entrate e le uscite di Nisi sono cronometriche e incisive; hanno qualcosa della commedia francese.

Una regia ineccepibile; quasi una direzione d’orchestra.

Hoke è una figura commovente. Plasmato con determinazione e ingenuità, dotato di una logica contadina e di modi gentili, è un uomo trasparente come l’acqua e, come l’acqua, è dissetante. Marino offre una prova davvero pregevole: la sua aria svagata, i suoi gesti, la sua parlata. È un attore che, sin dall’inizio della sua carriera, ha dato prova di una versatilità vocale notevole. Ricordiamo tutti le sue raffiche verbali, i suoi giochi satirico-giornalistici. Ebbene, quella versatilità è un bagaglio attoriale molto utile, in questa commedia. Marino, infatti, riesce a posarsi con morbidezza sul personaggio anche sotto il profilo vocale, ne sposa la calata, la profondità dei toni, ed accosta tutto ciò allo stupore costante per le cose semplici e alla capacità di guardare al di là dell’apparenza. Tutto ciò è in linea con il testo: dietro ogni personaggio c’è un mondo non detto ma perfettamente presente.

Anche Nisi caratterizza benissimo il suo Boolie, lo forgia con gesti rotondi, accentati, lo tira fuori dalla sua normalità di uomo focalizzato sul lavoro, su una moglie ingombrante, su se stesso e lo porta nei corridoi oscuri dei rapporti familiari. È un figlio adulto con una madre anziana. Un rapporto difficilissimo composto da due personalità che l’amore vuole dipendenti e il tempo ha reso indipendenti; una sorta di tela finemente ricamata di sensi di colpa per l’assenza, di autoindulgenza per l’elargizione di denaro, di conforto per la presenza di Hoke, che è un suo alter ego: lo paga per stare accanto alla madre. Si percepisce l’istanza di cesura con la famiglia di origine per vivere negli spazi della propria vita e, al contempo, il desiderio di colmare i vuoti della vecchiaia altrui: la solitudine, le piccole incapacità che sopraggiungono, l’energia vitale che scema, la sclerotizzazione del carattere, un variegato coacervo di personalità e fragilità che la Vukotic porta in scena in maniera sublime. Ci riesce con l’interpretazione verbale e con quella non verbale: la camminata veloce, i lievi tremori, le piccole insicurezze, gli sguardi che a volte fuggono per raggiungere i pensieri che corrono troppo; e, poi, quel fantastico tono perentorio che cela il desiderio di allontanare gli affetti, perché gli affetti fanno paura, gli affetti possono andare via. Nella vita, però, non è il tono che conta, ma le azioni. Daisy marcia verso una splendida amicizia accanto a Hoke, gli insegna a leggere, memorizza quel suo intimo modo di avere accanto la moglie defunta attraverso un profumo e, pur nelle nebbie di una vita che confina con la morte, riesce a fargli un dono inestimabile. È il suo migliore amico, del resto. E si amano profondamente.

Amore è un’altra parola che esce prepotentemente dal teatro insieme al pubblico. Ci si sente pervasi da quell’amore puro, disinteressato, vero, che lega Daisy a Hoke e dall’amore altrettanto profondo che lega Boolie a sua madre; ci si sente catturati dall’amore per la libertà e l’uguaglianza che traspare dai riferimenti a Martin Luther King, l’uomo dai mille volti, l’eroe della resistenza non violenta, il pastore protestante, il politico involontario, il coraggioso trascinatore di masse, il premio Nobel per la pace, l’assassinato, l’uomo dalle parole di fuoco. Le abbiamo tutti stampate in mente e tutti abbiamo imparato che la storia dell’uomo è piena degli stessi errori, trascinati nelle spire del tempo tanto da rendere i discorsi di King universali. «I have a dream». A dirla tutta alcune sue parole sembrano scritte oggi: «La Storia dovrà registrare il fatto che la più grande tragedia di quest’epoca di transizione sociale, non fu costituita dalle parole velenose e dalle azioni violente della gente malvagia, ma dall’orribile silenzio delle persone per bene, dall’ignavia e dai timori dei figli della luce».

Questa pièce è un capolavoro, una piccola perla teatrale in mezzo a molto teatro insignificante. Anche i costumi di Graziella Pera sono eccezionali, frutto di scelte fatte con cura e grande competenza. La trasformazione fisica di Nisi è strabiliante, quasi cinematografica. Ricordo che da piccola amavo molto andare ad applaudire Eduardo De Filippo al teatro Eliseo; non mancavo ad un appuntamento. Una delle sue commedie che prediligevo era Gli esami non finiscono mai. Ebbene, ricordo che, nel preambolo, Eduardo spiegava al pubblico che la storia avrebbe richiesto una presenza giovane, all’inizio, e, quindi, un suo progressivo invecchiamento, pertanto aveva deciso di attaccare al colletto una barba finta: nera per la gioventù, grigia per la mezza età e bianca per la vecchiaia. Ecco, qui il discorso è completamente diverso. C’è un trucco mirabile, soprattutto tenuto conto dei tempi ristretti in cui viene applicato, ma c’è molto di più: Nisi non invecchia solo grazie al trucco e agli abiti, ma anche grazie alla sua straordinaria capacità mimica e mimetica: i suoi gesti rallentano, pur mantenendo la caratteristica propria del personaggio, il suo modo di parlare si fa più stanco, ma conserva le tonalità del passato. Non interpreta un uomo giovane e, poi, un uomo anziano, bensì riesce a far invecchiare il suo personaggio sul palcoscenico in modo assolutamente coerente.

Anche le scene di Fabiana Di Marzo mi sono piaciute molto. Accurata scelta degli oggetti, arco di rappresentazione ben disegnato. Con un sapiente uso delle luci entra tutto e nulla è mai di troppo: ogni ambiente riesce ad essere protagonista assoluto: il salotto, l’automobile, la scrivania di Boolie, il telefono … Persino gli ambienti che non vediamo sono presenti, come la cucina o il garage, la sinagoga o la casa di Boolie, con i più pacchiani arredi natalizi voluti da sua moglie. Entrano attraverso particolari disseminati nei dialoghi e gli attori sono così bravi ad evidenziarli da farli uscire dal dialogo e donare loro vita autonoma. Presenza nell’assenza. La stessa cosa accade con i personaggi che non entrano in scena: Florine, con il suo naso brutto, il suo egoismo, la sua predilezione per l’apparenza; Idella con la sua pazienza, la sua onestà, i suoi manicaretti, il suo insostituibile caffè; i bambini della scuola dove Daisy insegnava, che aspettavano ogni giorno i compiti corretti; e la nipote di Hoke, che, alla fine, lo accompagna in macchina e che è icona del cambiamento tanto agognato, perché insegna all’università. Le lotte per i diritti civili hanno dato frutti.

È uno spettacolo che merita di essere visto e rivisto, credetemi. Di occasioni ce ne sono molte. La tournée è appena partita.

 

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